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Lea Melandri, saggista femminista, ha incontrato le docenti e le esperte del seminario di “educazione ai sentimenti” , nell’ambito di Marzo Donna 2015.

Nel giorno dello sciopero generale della scuola contro il DDl della “buona scuola”, mentre l’80% del personale della scuola e una marea di studenti scendevano in piazza, nella sala Giunta di Palazzo san Giacomo, a Napoli, si è svolto un convegno sull’Educazione ai Sentimenti nella scuola.

Organizzato e presieduto dalla Consigliera delegata alle Pari Opportunità prof. Simona Marino, ha visto la partecipazione della prof. Caterina Arcidiacono, docente di Psicologia Sociale alla Federico II e coordinatrice del Dottorato di Studi di Genere,  dell’Assessora alla scuola e all’istruzione Annamaria Palmieri (che porta i saluti della direttrice generale dell’USR Luisa Franzese), di Lea Melandri, scrittrice, saggista e insegnante, femminista storica, e Chiara Meta, ricercatrice di Roma 3, in rappresentanza del Dipartimento Pari Opportunità guidato dall’on. Giovanna Martelli. Le relatrici hanno incontrato il gruppo del seminario di educazione ai sentimenti che ha ormai un anno di vita e che è coordinato da Laura Capobianco e Ambretta Occhiuzzi.

Ma come mai l’ educazione ai sentimenti preoccupa tante docenti e responsabili dell’istruzione pubblica? E soprattutto: che cosa è questa educazione ai sentimenti?

La prof. Marino nell’intervento introduttivo sgombra subito il campo da un primo possibile equivoco: non è una nuova disciplina, magari da affidare a un docente qualsivoglia tra quelli già previsti (il docente di Storia ed educazione civica? quello di religione?!). E l’assessora Palmieri, profonda conoscitrice della realtà della scuola, rincara la dose: che la parola educazione non si trasformi in un boomerang, come è stato per altre educazioni, non è un’attività separata, magari da svolgere in orario extra-curriculare, ma un approccio innovativo che deve attraversare tutte le discipline, modificandone l’insegnamento dall’interno. Si tratta di riconoscere che l’istruzione, e quindi la scuola, è il luogo della relazione per eccellenza, subito dopo la famiglia, e quindi la relazione è fondamento di ogni apprendimento. Si tratta di far emergere il “sottobanco” o il “fuori tema”, come lo chiama Lea Melandri, cioè il vissuto personale, l’esperienza relazionale.

Come sottolinea la prof. Arcidiacono i giovani hanno a disposizione quantità sconfinate di informazioni, possono attingere da Internet tutto ciò che vogliono, ad esempio sulla sessualità, ma nessuno insegna loro la relazione. Non si tratta di “psicologizzare” la scuola, ma di sicuro la scuola ha bisogno anche degli psicologi. Anche la parola “educazione” non è del tutto adatta, perché rimanda all’idea di un percorso con una meta nota e già prefissata, mentre si tratta di costruire un sapere partendo dai sentimenti  e dalla relazione col corpo.

A Chiara Meta spetta il compito di comunicare cosa bolle nella pentola del Dipartimento Pari Opportunità del Consiglio dei Ministri. In questa settimana sarà presentato alla Conferenza Stato-Regioni il Piano nazionale integrato antiviolenza. Il piano recepisce le indicazioni della conferenza di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, e riconosce la necessità di un investimento culturale per prevenire la violenza di genere. Del resto l’emendamento della Commissione Cultura, approvato, prevede l’inserimento dell’educazione all’affettività nei curricula.

Lea Melandri, infine, sottolinea la necessità di partire dal basso. Anche se il piano nazionale è un importante risultato, non bisogna perdere di vista l’obiettivo principale che è una reale trasformazione del processo di insegnamento-apprendimento  che non può non avvenire avvalendosi delle pratiche messe in atto da decenni a macchia di leopardo da insegnanti sperimentatrici e volenterose. Nella scuola si verifica il paradosso che la donna è in scena (in cattedra siamo l’84% del corpo docente, ma la percentuale nelle materne ed elementari è ancora maggiore) come una figura potente, ma allo stesso tempo svalutata e, soprattutto, è messa lì a trasmettere un sapere da cui è esclusa.

A questo punto sono seguiti gli interventi di insegnanti e operatrici presenti in sala che hanno riproposto esperienze proprie, spunti per approfondimenti, posto domande e individuato problemi. Si è parlato di formazione, di valutazione, della necessità e delle possibilità concrete di introdurre l’educazione ai sentimenti nella scuola.

Quello che è certo è che una scuola che sia veramente buona non può prescindere da questo approccio, perché è l’unico punto di partenza per la costruzione di una nuova consapevolezza nelle relazioni umane e, allo stesso tempo, per lo sviluppo delle potenzialità di apprendimento e costruzione dei saperi.

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