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La chiesa della pia congregazione impegnata nel “riscatto” dei cristiani catturati dai pirati barbareschi (sec. XVI), che tra il 1535 e il 1558 saccheggiarono Mergellina, Ischia e Massa Lubrense. Il restauro nei primi anni del ‘700 e gli interventi del Sanfelice, di Lorenzo Fontana e di D.A. Vaccaro. Sull’altare maggiore “Il riscatto degli schiavi” del Farelli. La chiesa e Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori.

 

All’inizio di via San Sebastiano c’è la chiesa della “Redenzione dei Captivi”, o di “Santa Maria della Mercede”. Il primo nome nasce dal fatto che la chiesa venne costruita da una pia congregazione fondata nel 1548 con l’obiettivo di riscattare i cristiani fatti prigionieri (perciò, captivi) dai musulmani. Come ci racconta Renato Ruotolo, la congregazione, ricevuta nel 1549 l’approvazione pontificia degli statuti, lasciò la sua prima sede nella chiesa di San Domenico Maggiore e costruì una sua chiesa su un suolo donato dai padri di San Pietro a Maiella, ai quali venne affidata la cura dell’attività religiosa e spirituale che in quella chiesa si svolgeva. Erano gli anni in cui la vicenda dei cristiani catturati dai pirati barbareschi assunse proporzioni e aspetti di un vero e proprio dramma: quei pirati, dopo aver devastato le coste della Calabria e del Cilento, nel 1535 saccheggiarono Mergellina, nel 1538 misero a ferro e a fuoco Ischia e nel 1558 occuparono Massa Lubrense e per molti giorni la spogliarono di ogni bene: alla fine portarono via decine di donne e uomini, che avrebbero venduto come schiavi in Tunisia, in Algeria, in Marocco ( le Terre dei Berberi, e da qui il termine “barbareschi”) e ai comandanti delle navi della flotta turca che si muoveva senza sosta lungo le rotte del Mediterraneo. Ai parenti dei cristiani “captivi”, prigionieri, veniva offerta da “sensali” barbareschi – si trattava di un vero e proprio mercato – la possibilità di “comprare” i loro congiunti e di riportarli in patria e alla libertà. La pia congregazione si proponeva di raccogliere il danaro necessario al riscatto per quei “captivi” i cui parenti erano poveri. Bisogna anche dire che c’era a Napoli anche un “mercato” di prigionieri musulmani: molte famiglie nobili avevano in casa i “servi turcheschi”: quelli di Diana Caracciolo, madre del principe di Ottajano Giuseppe I Medici,  erano gli “stallieri” nel Palazzo ottajanese, si convertirono al Cristianesimo e vennero battezzati nella Chiesa di San Michele. Scrive il Ruotolo: “ La chiesa della Redenzione fu restaurata nel 1706 nel gusto dell’ultimo barocco napoletano. Di questo momento rimane la decorazione in stucco della facciata,( vedi immagine in appendice), ideata da Ferdinando Sanfelice come un apparato da festa che sembra applicato al muro, pronto ad essere rimosso una volta passata l’occasione. Il repertorio di drappi, putti e festoni è tipico del tempo e di effimere, simili strutture, realizzate in stoffa, tela dipinta e cartapesta.”. Durante il restauro del primo Settecento sugli altari laterali vennero collocati quadri di due importanti allievi di Luca Giordano, Giuseppe Simonelli, autore di una “Sant’ Anna”, e Nicola Malinconico. L’altare maggiore, disegnato dal Sanfelice, venne realizzato nel 1706 da Lorenzo Fontana, membro di una importante famiglia di “marmorari”, mentre i “putti” vennero scolpiti dalla bottega di D.A. Vaccaro. Sull’altare maggiore c’è la tela “Il riscatto degli schiavi” di Giacomo Farelli: ai piedi della Madonna con Bambino c’è la turba dei prigionieri in attesa dell’arrivo dell’imbarcazione che porterà il danaro per il riscatto. Il pittore romano, allievo di Andrea Vaccaro, realizzò nel quadro, portato a termine nel 1672, una scenografia di chiara ispirazione giordanesca, in cui ci sono però consistenti “segni” del naturalismo di Massimo Stanzione e di Filippo Vitale. “In questa chiesa sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, stanco del mondo e della pratica forense, cui era avviato, depose la spada dinanzi al quadro della Vergine e promise di abbracciare il sacerdozio. Quando il governo francese ebbe soppresso gli ordini religiosi, i Celestini lasciarono la cura della chiesa che, dopo qualche anno, fu affidata a una congrega che riconosceva come suo protettore proprio sant’ Alfonso.”.( R. Ruoppolo).