A metà dell’’800 la camorra provinciale controllava contrabbando, “facchinaggio”. E polizia.

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Nel 1861 prefetti e capi di polizia dell’Italia unita si accorsero che il fenomeno della camorra era molto più complesso di quanto credesse anche uno “studioso” come Silvio Spaventa e che i primi provvedimenti adottati dalla “nuova” Italia avevano consentito ai camorristi di Ottajano, di Sant’Anastasia, di Castellammare di sottrarsi ai rigori della legge. Il ruolo dei “capi” Antonio Lubrano, Antonio Ottajano, i Borrelli, Vincenzo de Rosa. La significativa carriera di Carmine Rubs, guappo, galeotto e sottocapo di polizia. Il contrabbando gestito dalle Guardie Nazionali. Correda l’articolo l’immagine di “ Vecchia Napoli ” di Vincenzo Migliaro.

 

Se la camorra è una società gerarchica, ordinata per livelli e per riti, i cui membri sanno chiaramente che il sistema vale più del singolo e gli sopravvive, non è facile dire quando nelle terre vesuviane si radicò il fenomeno e se fu un innesto dal tronco della camorra napoletana. Certo, le comitive di delinquenti che controllavano il mercato dei frutti tenevano costanti relazioni con i colleghi di città: non è pensabile che Antonio Lubrano potesse gestire a Napoli, tra i tanti suoi traffici, anche il monopolio “dei portogalli” senza il sostegno degli uomini di rispetto dei luoghi in cui le arance si producevano. Antonio Lubrano, detto “don Antonio di Porta di Massa”, nemico di Salvatore Di Crescenzo e di Raffaele Marfà detto “Pappone”, fu un camorrista sperimentatore; e non solo perché curava con grande attenzione e generosità i rapporti con giudici e poliziotti, ma anche per l’intelligente politica di investimenti: gestiva, infatti, anche la “bonafficiatella” e il contrabbando del sale e aveva acquistato case e caffè. Commise l’errore grave di badare  solo ai fatti suoi, dimentico dei compagni sventurati che languivano alla Vicaria. Perciò, nell’ottobre del’62, quando un funzionario di polizia che non si era fatto corrompere lo arrestò ,don Antonio dormì  in cella una sola notte: sul far dell’alba i compagni lo giustiziarono.  Morì nel suo letto, invece, Carmine Rubs, anche lui della Porta di Massa. Egli era stato galeotto, ladro, guappo e sottocapo di polizia: andato in pensione -“giubilato”- continuava a percepire la “sala” dai contrabbandieri del quartiere.  Un capo della camorra provinciale fu, secondo Monnier, Antonio Ottajano, un quarantenne di statura bassissima, smilzo, scarno, con lo sguardo acuto e fiero da falchetto. Se vi fu una camorra di provincia, essa si impinguò con il contrabbando, ancor prima che arrivasse Garibaldi. Nel contrabbando lavoravano Giambattista De Falco” l’Abbarcatore”, Giovanni Cicala, Gennaro D’Andrea e Leopoldo Musco, controllando le barriere di dogana, da Pozzuoli a Villa Pazzigni.  Qui c’era il centro clandestino delle carni macellate fresche e del bestiame razziato, e vi spadroneggiava il clan dei Borrelli che da Sant’Anastasia e da San Giovanni a Teduccio regolavano, nel connivente silenzio della Guardia Nazionale di Napoli, l’ininterrotto flusso dì carni suine e vaccine dalla periferia in città. Essi non disdegnavano, quando se ne presentasse l’occasione, di mettere le mani su ogni altra attività illecita, dal contrabbando di armi al sequestro di persona. Fortissima era la camorra dei facchini: nell’estate del ’50, il Sottointendente di Castellammare, Francesco Coppola dei duchi di Canzano,aveva ricevuto dai commercianti l’appellativo di “novello Astrea” – Astrea era dea della giustizia – per aver gettato in galera i capi dei facchini camorristi, Luigi Tommasino  “Canavone” e Andrea De Falco “Pacchiantiello”, che, tra l’altro,  “avevano stabilito il monopolio per il fitto delle case”, e i capi della camorra del porto. Camorrista “terribile”  fu Michele De Simone di Castellammare, detto “o’ lione”, che, nell’aprile del ’61, dopo aver schiaffeggiato in pubblico il barone Dachenausen, sfuggì senza difficoltà alle Guardie Nazionali,tra cui militavano i camorristi della famiglia Spagnuolo, suoi compari. Silvio Spaventa fece la voce grossa con Michele Troiano, energico capo delle Guardie, il Troiano si difese accusando i suoi dipendenti di essere o dei vili o dei malandrini: e intanto “o’lione” era fuggito a Napoli, dal suo amico Andrea Maisto “il siciliano”. Infine fu catturato e deportato a Ponza: ma da qui fuggì quasi subito. Torre Annunziata era, con Sant’Anastasia, uno dei centri del contrabbando di “salami e salumi” e Luigi Accardi e Giuseppe Esposito ne controllavano i flussi lungo la via “Regia”, da Castellammare a Napoli. Già nel ’52, per la medesima accusa, i due erano stati confinati a Capri, e vi avevano trovato una specie di sabba infernale: 40 guardie, armate di 12 fucili da caccia “perfettamente inutili”, un giudice supplente, – quello effettivo era sospeso dal servizio -, e 142 relegati, tutti colpevoli di “furto qualificato, renitenza alla forza, storpio, sfregio e bestemmia esecranda” che, ogni notte, “molesti e baldanzosi”, scorazzavano per le strade dell’isola, senza che nessuno potesse fermarli.  Tra il ’60 e il ’61 le Guardie Nazionali di Portici, San Giovanni a Teduccio, Secondigliano e Pozzuoli furono pesantemente coinvolte nel contrabbando di ogni genere di merce: dai sigari inglesi al sale, dagli “animali lanuti” ai liquori. Le Guardie dell’interno, invece, consentirono all’afragolese Vincenzo de Rosa di diventare il re del traffico clandestino dei tabacchi e di esibire spavaldamente alle barriere doganali “bolli, lamine e documenti falsi”.