A che serve lo studio della Storia? Così rispose Umberto Eco. E  Seneca aveva detto…

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L’articolo di Simonetta Fiori “La storia riscritta in silenzio” ( “La Repubblica, 6 luglio) sottolinea un fatto grave: una parte del sistema politico e dell’opinione pubblica promuove un racconto della storia, soprattutto di quella del Novecento, “in cui i conti con il passato si confondono nel comune lutto per la perdita umana”. La risposta che Umberto Eco diede, nel febbraio del 1997, a un’alunna di una scuola media persuasa che lo studio della Storia fosse inutile. Una profonda riflessione di Seneca. Correda l’articolo l’immagine di Umberto Eco disegnata da Tullio Pericoli.

 

Avrei voluto parlare dello studio del Latino e del Greco, e di Nicola Gardini che ha dedicato all’argomento due libri interessanti. Ma avrei dovuto fare almeno un cenno alle ragioni che hanno spinto l’Università di Princeton a eliminare lo studio delle due lingue classiche dai programmi. E il discorso si sarebbe complicato. Allora ho pensato che fosse meglio parlare dello studio della lingua nostra, e di come la pandemia abbia reso catastrofica la tempesta violenta che scuoteva già da anni lo studio della grammatica e della sintassi e la disciplina dello scrivere. E quali provvedimenti stanno adottando le autorità competenti per fare in modo che le navi della scuola italiana entrino in un mare più tranquillo? Un articolo non basterebbe per analizzare il problema. Temo che timonieri e vedette non abbiano né idee chiare, né sguardo limpido. E mi accingevo a parlare di come viene trattato – anzi, maltrattato – lo studio della Storia dell’Arte in un Paese come il nostro, nel quale ogni giorno compaiono in TV ministri, studiosi di vario taglio e giornalisti di vario calibro e ci ricordano che il nostro patrimonio d’arte è unico al mondo. Non avrei potuto evitare di domandarmi quanti alunni delle scuole vesuviane, prima della pandemia, hanno “visitato” il Museo di Capodimonte, Pompei, Ercolano, e hanno studiato e ammirato le opere d’arte conservate nelle chiese e nei musei delle loro città. E allora, essendo uomo di pace, mi sono detto che era meglio non trattare questo argomento. Per fortuna, mi è capitato sotto gli occhi uno splendido articolo che Simonetta Fiori ha pubblicato sulla “Repubblica” di martedì 6 luglio, “La storia riscritta in silenzio”. La Storia sta perdendo senso: “i nomi delle strade, le delibere comunali, le risoluzioni regionali e le ordinanze dei sindaci” stanno cancellando, in alcuni Comuni e in alcune Regioni, “la distinzione tra fascismo e antifascismo, dittatura e libertà, ideologia violenta e tolleranza democratica”: tutto “rischia di confondersi in una nuova memoria collettiva “, in cui, come ha detto un’assessora del Veneto, “i morti non hanno colore politico”. Si mettono sullo stesso piano i partigiani e gli italiani che si schierarono con i nazisti anche dopo la caduta di Mussolini : e nessuno farà leggere agli alunni la pagina di “I sentieri dei nidi di ragno” in cui Italo Calvino scrive che anche il partigiano più spietato lottava “per una società più libera e pacifica”. Nel febbraio del 1997 un professore della Scuola Media “Marconi” di Rivignano scrisse a Umberto Eco per chiedere il suo giudizio su ciò che aveva affermato una sua allieva, e cioè che “lo studio della Storia non serve a niente e non credo che serva a non commettere gli errori del passato, perché non mi metterò mai a fare una guerra di conquista”. Umberto Eco rispose con “La bustina di Minerva” del 27 febbraio 1997, ricordando che in un convegno che si era tenuto a Milano qualche settimana prima gli oratori avevano concordemente sostenuto che “in Italia non c’è una classe dirigente colta, preparata e con un forte senso dello Stato, come, per esempio in Francia o in Inghilterra”, perché “una classe dirigente si forma in alcune centinaia di anni quando c’è uno Stato unitario.”. La classe dirigente di Francia e di Inghilterra si è formata nel corso di sei secoli, “mentre in Italia qualcosa è incominciato negli ultimi 150 anni”. Oggi, aggiunse Umberto Eco, i neri di America chiedono che non venga insegnata ad essi la storia dei popoli bianchi, ma quella degli africani. “Sbagliano, se non vogliono sapere la storia dei bianchi, perché loro sono come sono anche a causa di quella storia: ma hanno ragione a voler conoscere la loro storia, perché solo così possono capire chi sono, da dove vengono e perché hanno i problemi che hanno ancora. E persino per ridiventare orgogliosi di certe cose di cui un tempo si vergognavano.”. Lo studio della Storia non serve a non commettere gli errori del passato, perché la Storia non si ripete, è sempre nuova e originale. “La storia non serve a sapere dove si va (se qualcuno ti dice di saperlo, è un bugiardo e un mascalzone), ma da dove vieni.”. Vale per lo studio della storia ciò che Seneca scrisse a Lucilio sullo studio della filosofia: “ Chi va verso il sole, si abbronzerà, benché non vi sia andato con questa intenzione, e chi si ferma troppo a lungo in una profumeria, porta con sé l’odore del luogo. Così anche chi è stato  presso un filosofo, necessariamente ha ricavato qualche utilità, anche se lo ha ascoltato con indifferenza. Attento a quel che dico: con indifferenza, non con animo ostile”. (Lettera 107, 4). Ma proprio tutti vogliono sapere da dove vengono?