SISMA IN EMILIA. É ORA DI UN GRANDE PIANO NAZIONALE

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    Questa nuova tragedia è un ennesimo avviso: bisogna fare un serio e rapido piano per mettere in sicurezza scuole, case e fabbriche. Il nostro è un Paese in cui il sisma si è fatto sempre sentire. Di Don Aniello Tortora

    Si poteva evitare? É questa la domanda che tutti ci poniamo dopo il sisma di questi giorni. Stavolta al Nord, soprattutto in Emilia. Vorremmo non dover pensare, ancora una volta, che «non è il terremoto che uccide, ma la casa che ci cade addosso». E che «crolla quello che non può non crollare». E questa tragedia l’abbiamo tutti vissuta già tre anni fa in occasione del terremoto dell’Aquila, coi suoi 308 morti, dieci anni fa in occasione del terremoto del Molise che provocò la morte di 27 bambini e della loro maestra a San Giuliano di Puglia. E ancora prima per il sisma dell’Umbria e per quello dell’Irpinia: trentadue anni fa. Per non parlare di frane, alluvioni, incendi e vari altri cosiddetti "disastri naturali".

    Le leggi ci sono ma, purtroppo, non si applicano. Tantissimi anche gli appelli degli esperti che da sempre ripetono che più che prevedere bisogna prevenire. E che serve un piano nazionale per la messa in sicurezza del Paese. E che questa è la vera e necessaria “grande opera”, su cui spendere senza risparmi. L’unica “opera” da non “tagliare” mai. Chi sono i colpevoli: i progettisti, i costruttori e anche gli amministratori e funzionari comunali, se la casa, la scuola, il capannone ti casca addosso? Toccherà certo ai magistrati stabilirlo, così come per gli anomali crolli di capannoni in Emilia dove sono morti dei lavoratori.

    É proprio brutto morire sul luogo del lavoro. C’è qualcosa di diverso quando si muore nei luoghi di lavoro. In questi tempi di crisi e di sofferenza del lavoro, queste morti di operai ci dicono molte cose, ci lanciano più messaggi. Innanzitutto, ci dicono con la forza delle tragedie che in questa nostra età, tutta incentrata su consumi e finanza, le fabbriche esistono ancora, ed esistono ancora persino i turnisti, lavoratori di turni che questa crisi ha inasprito e reso ancora più duri; turni di cittadini e di imprese che, con la fatica del lavoro, tengono ancora a galla il nostro Paese, e che offrono ragioni serie per sperare di potercela fare. Cedimenti anomali, dicevamo.

    Perché ne sono crollati solo alcuni, mentre altri pur tremando sono rimasti in piedi. Costruiti meglio, capaci di resistere a scosse che, pur violente, non hanno raggiunto i livelli di altri terremoti come quelli dell’Irpinia del 1980 o di Messina del 1908, che avevano una forza più di 30 volte superiore. Si è detto che in Emilia non si era costruito in maniera antisismica perché fino al 2003 le norme non lo prevedevano. Ma allora perché sono venuti giù solo quei capannoni e poche case? Mentre il resto, anche se danneggiato, ha retto? Ancora una volta le stesse domande, come trenta anni fa, dieci anni fa, tre anni fa. E con la stessa, drammatica, certezza di dover correre ai ripari.

    Lo Stato ci chiede sempre soldi per le emergenze. Ma non sarebbe ora di trovare i soldi per una vera prevenzione, per mettere davvero in sicurezza case, scuole e capannoni? Sicuramente noi cittadini pagheremmo molto più volentieri per questo. Altro che i soliti aumenti delle accise sui carburanti o sms dai nostri telefonini ( che, è mia convinzione, non sappiamo mai dove vanno e chi e come li utilizza!). C’è tanto da fare, ancora, per evitare che case, scuole, capannoni crollino in qualche altra parte del nostro Paese così "ballerino". É bene riflettere seriamente su questa ennesima immane tragedia per la morte dei poveri operai emiliani. Per non dover più pensare o dire che «si poteva e si doveva evitare».
    (Fonte foto: Rete Internet)

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