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“Questo capitolo è tratto dal libro Storie minime che sarà presentato, lunedì prossimo. È un omaggio doveroso a Somma Vesuviana e a tutti i paesi della Campania dove la tradizione orale ha creato il capolavoro dei soprannomi”.
Di Luigi Jovino

Il paese dei soprannomi è abbarbicato su un monte che solo di rado si fa la barba nella nebbia del primo mattino. Il sole non gioca mai di rimessa, anche di sera quando le tenebre disegnano nei vicoli strani giochi di ombre in ordine sparso. Tante case affastellate con un disegno confuso. I colori in un certo senso si sfidano per costruire la compostezza cromatica dei coriandoli nei giorni del carnevale. Nel paese dei soprannomi molta gente ritorna in campagna quasi a voler lanciare una sfida impossibile alla marcia impazzita della globalizzazione. Mele, susine e albicocche, mentre d”autunno i cachi sul profilo dei rami secchi, annunciano alla gente, nelle forme rotonde di un rosso rubino, la magia dell”albero di Natale.

Il paese dei soprannomi lotta per conservare l”identità di gruppo. I cognomi hanno poco senso. Tutti uguali. Alcuni sono quasi scontati. Sono tanti gli Abate, gli Esposito, i Majello e i Nocerino. Molto rare le deviazioni dall”ordine costituito. Qualche volta i cognomi si sommano solo per rendere più complessa l”opera di identificazione. Si ha, dunque, la possibilità di trovare anche gli Esposito Abate o i Peruccheti Pera, come se fosse uno scherzo del destino. Lo Stato per imporre l”ordine anagrafico che regna sovrano nella nazione, ha facilitato la diffusione dei cognomi semplici: Perna, Malva, Serra, Polise, Neri o Rossi, ma gli abitanti del paese dei soprannomi non se ne fanno un cruccio. Continuano a rispettare i diritti di discendenza e ancora non si fermano ai semafori, illuminati dai riflessi del rosso pieno. Ogni persona, nel piccolo borgo, accomodato sulle pendici di un monte giallognolo, è più che un cognome.

Gli anziani ti chiedono: “A chi appartieni?”- E appena la genia viene svelata ritornano le gesta di almeno quattro generazioni. Il singolo non vale come entità. Ogni bambino appena nato ha almeno quattrocento anni di storia. Tante volte paga per colpe non sue o riceve attestati di stima solo perchè “perpetua un felice ricordo”. Il suo destino è quasi segnato. I vantaggi di gruppo però si notano e le persone si prendono una piccola rivincita in un mondo confuso tra i Pin, username e nikename. Nei ballatoi, infatti, non ci sono targhette. E i citofoni hanno una semplice funzione decorativa. La gente si parla dai balconi e in campagna volano i canti “a figliola”. Accanto al catasto c”è un archivio generale della memoria che si trasmette alle generazioni di “bocca in bocca”. Qualcuno, per puro calcolo personale, ha anche provato a catalogare.

Ci sono soprannomi così antichi la cui nascita si confonde nella notte dei tempi. Quelli che richiamano alla mente le gesta dei vicerè, dei santi decollati e delle rivoluzioni popolari finite in un bagno di sangue conservano negli sguardi un aspetto fiero. D”inverno si coprono con lunghi mantelli neri che strisciano sul basolato, riproponendo un rumore sinistro. Nella logica del doppio senso che ha permesso a generazioni di sfruttati di poter contestare, senza correre troppi rischi l”ordine costituito, non mancano i riferimenti sessuali. “Cazzoniro”, “Zugosa” (Succosa), “Trepalle”, “Trippaculo”, “Pescemuscio” “Chiavino” e “Chiavone” sembrano una ridicola condanna per chi è costretto a subirli, ma c”è anche tanta gente che ne va fiera. La cultura popolare non relega i lussuriosi nei gironi infernali, anzi troppo spesso gli costruisce un altare.

I più simpatici sono quelli onomatopeici che sono più che altro uno scherzo di parole. “Ndummute”, “Picchipò”, “Zivirinzì”, “Quaqquarà”, “Spiccecandorce”, “Quequessa” ripropongono il ritmo delle ballate popolari e tentano una difficile operazione: legare i suoni alle caratteristiche psicosomatiche e sociologiche delle persone. L”esperimento prosegue da anni. Molta gente si chiama per nome e suona la tammuriata. Le contaminazioni più evidenti ci sono state nel periodo del centrosinistra. Sono nati allora gli “Zaccagnini”, i “Craxi” gli “Spadolini””, i “Saragat” ecc. più per il gusto di irridere il potere che per sentirlo vicino. Tante sere al bar le partite di scopone assomigliavano a sedute del Consiglio dei ministri, dove l”ironia volava alta, tra il godimento generale. Ci sono poi soprannomi che riportano a personaggi mitici che in qualche modo hanno detenuto il potere economico solo perchè potevano permettersi di rilasciare attestati di “credito”.

Ancora suscitano rispetto i discendenti dei “Putegari” (botteghai), dei “Daziai” o dei “Collocatori”, mentre si mantiene intatto il fascino di tante “Donne Lilette” e di altri aristocratici che sono stati capaci di essere vicino alla gente. Nella scelta di tanti soprannomi il popolo è stato capace di utilizzare al meglio le varie figure retoriche come la metafora, gli ossimori, il paradosso e le allegorie, dimostrando una capacità di muoversi tra le difficoltà della lingua meglio degli Accademici della Crusca. Nascono così i soprannomi di “Allegria” per indicare personaggi irosi, “Cioccolata” per identificare persone di bella presenza, “Perticone” per segnalare i discendenti di bassa statura o “Mafia” per caratterizzare persone dall”aspetto bonario che non sarebbero capaci di far male a una mosca.

Non è un caso neanche che i soprannomi dei volatili: “Piccioni”, “Papere” e “Palummi” siano stati affibbiati alle famiglie che hanno dimora nelle zone alte, mentre “Volpe” e “Faine” sono facili identificativi delle famiglie valligiane.
I più gustosi sono i soprannomi riferiti al cibo che è sempre “sangue che si fa sangue”. Nel paese dei soprannomi le “Cotene” (Cotiche), le “Braciole”, i “Sanguinaccio” riportano alla mente la festa della morte del maiale, quando nei camini scoppiettano i tronchi di castagno, mentre i bambini per rispetto restano felici ad ascoltare. Una persona che appartiene ai “Cotena” non può essere un malvagio. Al massimo lascia nella mente un”impressione “scrocchiarella”.

L”alimentazione ha il merito di rilasciare un codice di comunicazione condiviso, attorno a cui si riconoscono le generazioni. Gli antropologi lavorano da anni per identificare le persone più sagaci che hanno avuto il merito di inventare e diffondere i soprannomi. L”impresa non è delle più semplici. Un alone magico circonda la nascita degli identificativi di gruppo e tante volte una storia si confonde nella leggenda. Per arrivare alla radice di un soprannome dovrebbe essere studiato un metodo che incrocia le ricerche araldiche con l”evoluzione del linguaggio e con gli studi di settore. L”effetto non sempre è garantito e non si ha mai la certezza di arrivare ad un”accettabile conclusione. I soprannomi sono come le cellule cancerogene che nascono ogni giorno, ma solo poche volte (per fortuna) attaccano e resistono all”imperio del tempo.

Si è certi di giungere al successo solo quando si riesce a incidere la radice della comunicazione etica, fatta di gesti, espressioni facciali e sospiri che può fare anche a meno del significato etimologico della semplice parola. Nel paese dei soprannomi, negli ultimi tempi, è stato compiuto uno sforzo nuovo. Tutti gli stranieri che affollano bassi, caverne e catapecchie, portando assistenza a anziani, a vedovi e ai ristoranti sono riconosciuti semplicemente come polacchi.

Ucraini, maghrebini, kenjoti e Russi, gente di pelle pallida, gialla o nera nel paese dei soprannomi sono sempre e soltanto “I polacchi” che dopo una non facile convivenza per incapacità di adattarsi hanno pensato bene di andare via. Le popolazioni passano in un grande peregrinare. Resistono le pietre, i ruderi e i soprannomi a significare un valore di gruppo, attorno a cui una comunità che ha voglia di inventarsi la vita giorno per giorno, si perpetua e si riproduce.
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