Mi chiamo Gerardo e sono diverso:

0
288

Da un’infanzia passata a giocare con le bambole, all’amore adolescenziale per Mattia. Gerardo racconta la sua diversità tra i pregiudizi insiti in una piccola realtà come quella del nolano.

 Ha 15 anni e poca voglia di sorridere. E’ di spalle, gli occhi fissi al di là del vetro. Scruta con attenzione quei coetanei che, approfittando degli ultimi scorci di bel tempo, scendono in strada per dare due calci ad un pallone.

Ma Gerardo, (il nome è di fantasia), resta lì, immobile nell’antro buio della sua camera. Quello sguardo osservatore sembra interrogarsi sul perché di una simile diversità. Di scatto si gira e mi invita a sedermi di fronte a lui, e quegli occhi lucidi mi raccontano di un’infanzia fatta di dissapori familiari e soldatini "barattati" per una bambola e un paio di rossetti. «Non è semplice per me parlare della mia condizione», esordisce Gerardo, «ma sento che è arrivato il momento di rompere il silenzio e dire basta ad una vita fatta di insulti e sguardi discriminatori». Non finisce nemmeno di pronunciare la frase che la voce si fa tremate per l’emozione, e così decido di aiutarlo, chiedendogli quando si è reso conto di esser gay…

«Sarà stato tra la seconda e la terza media che ne ho acquisito la certezza, ma in realtà fin da piccolo avvertivo di essere diverso dai miei coetanei. Passavo ore ad osservare mia madre che si truccava… ero attratto dalla delicatezza del suo volto e dalla dolcezza dei suoi gesti. Scrutavo con attenzione ogni dettaglio e poi, di nascosto, mi chiudevo in bagno e facevo del mio meglio per imitarla. E quei pomeriggi d’infanzia, come dimenticarli. Mi divertivo a giocare con le bambole di mia sorella, la aiutavo a vestirle, a pettinarle e ricordo la perplessità nel volto di mio padre che invano ha tentato per anni di iscrivermi alla scuola calcio come mio fratello.

Quand’è che i tuoi sospetti sono diventati certezze?
«Te l’ho accennato prima. Sarà stato tra la seconda e la terza media, quando ho preso la mia prima cotta. Ricordo che i miei compagni di classe iniziavano a "correr dietro" alle ragazzine, emozionandosi per un bacio strappato a fatica che diventava spesso motivo di vanto con i ragazzi del gruppo. E più capitavano episodi del genere, e più io mi sentivo emarginato, escluso, perché non ne capivo il senso. Tutto questo fino a quando non ho incontrato Mattia. Per qualche strano motivo ero riuscito a convincere mio padre che il nuoto poteva essere più salutare rispetto al calcio e così in un pomeriggio di settembre mi recai alla piscina del mio paese.

Fu lì che lo vidi, e capii il senso del colpo di fulmine. Aveva braccia e gambe affusolate, che si muovevano in sincronia ad ogni affondo in vasca. Fu semplice diventargli amico. Mi aiutava negli allenamenti spronandomi sempre a migliorare. Ma soprattutto non era spaventato dalla mia "sensibilità", al contrario apprezzava la mia gentilezza e sembrava lusingato dalle mie attenzioni, al punto che baciarlo fu il gesto più naturale di questo mondo…».

Un’esperienza bellissima quella con Mattia che mostra come l’amore non sia succube di distinzioni di sesso. Di contro, invece, cosa ha significato combattere continuamente con i pregiudizi della gente?
«La definirei un’odissea, che forse non avrà mai fine. E’ cominciata tra le mura di casa, dove l’amore seppur incondizionato dei miei, non è bastato ad accettare la mia diversità e continua a scuola, per strada, nei locali…

I miei atteggiamenti "effeminati" come qualcuno ama definirli, sono fonte di continui insulti e occhiatacce, al punto che spesso passo i miei week end chiusi in camera mia a leggere… E’ incredibile come un libro possa catapultarti immediatamente in un’altra dimensione, al punto da farti dimenticare, anche se solo per pochi istanti, la realtà».

Nonostante ciò, tu hai deciso di venire allo scoperto e questa intervista ne è la prova. Che messaggio ti senti di lanciare a chi invece non ha avuto il tuo coraggio?
«Innanzitutto di accettarsi. Il giudice più severo siamo noi stessi, e spesso le ostilità nell’approccio con l’altro nascono dalla nostra incapacità di stimarci semplicemente per quello che siamo. E poi semplicemente di sorridere… La nostra non è una malattia, al pari degli altri abbiamo la possibilità di godere delle piccole sorprese che la quotidianità può regalare. Ed è proprio nella capacità di emozionarsi per ogni piccolo dono che la vita vorrà farci, che risiede la forza e la dignità di ognuno di noi».
(Fonte foto: Rete Internet)