Le Invasioni Barbariche

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Uno dei film più celebri sul tema dell’eutanasia, in bilico tra umorismo e dolore, premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 2004.

Il modo in cui il film di Arcand parla dell’eutanasia pone un problema. Perché queste Invasioni Barbariche risultano a tratti troppo caciarone per essere prese sul serio come indagine sul dilemma morale di uccidere per compassione, troppo forzatamente brillanti e “radical chic” nella sceneggiatura – zeppa di citazioni – per poter sondare con efficacia e realismo le ragioni di chi si trova coinvolto in una scelta tanto drammatica.

Il senso del film deve essere necessariamente altrove. E dove se non nella figura tragicomica del protagonista, in quel suo essere un professore di storia in fin di vita, grande donnaiolo, amante dei vizi, eppure terribilmente intristito dal declino del mondo? Nelle invasioni di Arcand la fine non è una scelta autonoma, per quanto dolorosa, ma è una parabola lenta ed inarrestabile che rompe le illusioni, le frivolezze, lasciando il tempo di ricongiungerci – se lo vogliamo e se ne siamo capaci – con le poche cose che contano davvero. All’occhio mai troppo severo del regista canadese, il declino è un evento naturale che non risparmia niente e nessuno: il protagonista, i suoi amici, i loro sogni di giovani intellettuali edonisti, la società intera incapace di godersi il lato buono e umano del piacere, poco epicurea e troppo avvitata nel suo prendersi sul serio, nelle sue guerre e nelle sue utopie.

Arcand ci porta ad aspettare i barbari con un tono inizialmente leggero, offrendoci la possibilità di guardare con un sorriso ai sogni del passato e di affrontare i nodi del presente. Questa lettura “leggera” ci aiuta a chiudere gli occhi di fronte ad alcuni difetti che limitano il film. I personaggi, per iniziare, sono talmente netti da perdere il contatto con la realtà e trasformarsi in semplici strumenti narrativi per le intenzioni dell’autore. Emblematico il confronto tra i due personaggi principali. Arcand non va per il sottile: tanto divertente, spiritoso, brillante è il padre, quanto serioso, spigoloso, in più anche straricco (per rendercelo ancora più antipatico) risulta il figlio. Non finisce qui.

Il passato da intellettuale comunista convinto del primo si scontra con il lavoro del secondo, un agente bancario a contatto quotidiano con i soldi, le imprese e tutto il campionario dei mali del capitalismo che fanno sbottare l’anziano. E’ evidente come l’intenzione di Arcand sia quella di creare personaggi che diventino anche dei simboli di mondi contrapposti, ma il taglio troppo grezzo nella loro costruzione fa perdere forza alla storia, che presenta uno sviluppo prevedibile e spesso banale.

Si potrebbe sorvolare il problema se il regista tenesse un registro umoristico per tutta la durata del film. La prima parte – quella più divertente sul piano della sceneggiatura e delle trovate – è di gran lunga la più riuscita. Progressivamente il film si appesantisce di tono, ma più il clima si fa serio più emergono i difetti di fabbricazione e la schematicità di personaggi e situazioni diventa un limite troppo grande.

Il punto di forza del film rimane così nell’iniziale sovrapposizione tra la fine di un uomo che si è goduto la vita e si ritrova a scoprire con un sorriso amaro le poche cose essenziali che gli sono rimaste (la famiglia, gli amici) e la fine di una società che ha scelto l’autodistruzione negandosi la spontaneità del piacere. Il professore di storia critica quel mondo violento e intollerante, ma per entrambi si profila un comune destino; il cancro lascia come ultima speranza di serenità la riflessione su cosa, alla fine, valga la pena di ricordare e conservare. Il professore accetta la sfida e si riconcilia con la propria vita, mentre il mondo, l’insieme degli uomini – come testimonia la citazione dell’11 settembre – continua a sprofondare.

Sul finale il regista canadese non rinuncia ai buoni sentimenti. La conclusione emotivamente molto forte (e prevedibile) contrasta con il tono burlesco della prima parte e un po’ vanifica la miscela tra leggerezza e cinismo che era sembrata più efficace per rappresentare in chiave grottesca il disfacimento di un uomo e della società.
Regia di Denys Arcand, con Remy Girard, Stéphane Rousseau, Dorothée Berryman, Louise Portal, Dominique Miche
Genere
: drammatico/commedia nera
Durata: 100 minuti
Voto: 6.5/10
(Fonte foto: Rete Internet)

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