GIOVANNI MAIONE DA S.ANASTASIA. ERBORISTA, SPEZIALE E APICOLTORE

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Allievo dei Domenicani di Madonna dell”Arco, fece da guida al botanico Giuseppe Antonio Pasquale lungo la nostra montagna, per fargli conoscere le virtù delle erbe vesuviane.

I Domenicani custodirono il patrimonio delle conoscenze sulle “virtù“ delle erbe vesuviane e fecero delle loro “officine“ – nelle masserie e nei conventi – il “luogo“ dove si incontravano e si confrontavano la cultura popolare e la cultura scientifica. Allievo dei Domenicani di Madonna dell’Arco fu Giovanni Maione, erborista, speziale e apicoltore di Sant’Anastasia, che nel 1840 chiese di istituire una società industriale per l’allevamento delle api, e di vendere azioni per 1650 ducati, quanti ne occorrevano per 1000 sciami.

L’Intendente della Provincia di Napoli concesse le autorizzazioni, riconoscendo la solida competenza dell’erborista, la sua integrità morale, e l’utilità sociale dell’impresa. Nel 1863 il Consiglio Sanitario confermò l’abilitazione del Maione a svolgere attività di “speziale manuale“, ma non gli rinnovò il permesso di preparare “droghe“: nel territorio vesuviano ebbero questo “privilegio“ solo i De Dilectis e i Cautiero, medici e farmacisti, questi a Portici, quelli a Torre del Greco, e Luigi Del Gaudio, speziale in Castellammare. Forse Giovanni pagò i vincoli di parentela con Luigi Maione, amico intimo del brigante Barone e borbonico mai pentito. Ma nel 1865 il botanico Giuseppe Antonio Pasquale, che era stato allievo di Michele Tenore – padre spirituale e scientifico dell’ Orto Botanico napoletano – volle Giovanni Maione come guida in un lungo viaggio attraverso la Montagna.

E alle Cappuccinelle di Sant’ Anastasia Maione mostrò al Pasquale una rarità, un morus idaeus, una specie di rovo, i cui frutti, le morole, erano assai dolci, quasi quanto quelli del glandulosus, “che a Somma chiamano rostine”. Per tutto l’Ottocento i tecnici e i professori dell’Istituto di incoraggiamento e della Scuola di Portici percorsero i sentieri impervi del Somma-Vesuvio, entrarono con umiltà nella sfera magica delle sostanze e dei nomi, cercarono di impadronirsi della sapienza dei contadini: presentivano – i racconti dei più sensibili, Arcuri, Frojo, Bordiga, lo dimostrano ampiamente – che un giorno le leggi ferree dell’economia e del progresso avrebbero cancellato piante, nomi, tecniche, la memoria stessa dei sapori e degli odori. Giovanni Maione svelò al Pasquale i segreti della cultura popolare e, soprattutto, il repertorio fascinoso dei nomi con cui essa aveva battezzato le erbe.

La farfara, diffusa nei luoghi elevati e incolti di Torre del Greco, di Boscoreale e di Somma, era chiamata ciampa d’asino, ma anche ciampa di cavallo. Gli speziali, che le davano il nome di tossilaggine, ne lodarono le virtù decongestionanti, antinfiammatorie e diaforetiche, tanto che sciroppi e pomate a base di farfara avevano in Germania e in Austria un importante mercato. La medicina popolare la usava per regolare il flusso delle donne e, soprattutto, in omaggio al nome, per placare la tosse cronica: ma la cura era efficace solo se praticata con i fumienti. I contadini toscani, e forse anche quelli campani, usavano il metodo già descritto da Plinio: seccare e bruciare parti della pianta, e aspirare il fumo attraverso una canna.

Nella terra della “religione della Madre” molte erano le erbe propizie al ciclo delle donne: in primo luogo la baccherina, che aveva stazione nei frutteti di Somma, e l’enula bacicci, o vischiosa, nota ai vesuviani come erba della madonna, che era abbastanza diffusa al Granatello e a Somma e veniva usata anche come combustibile. Contro tutte le infiammazioni, in particolare contro quelle degli occhi, erano utili l’assenzio arbustivo o erba bianca, l’artemisia napoletana, che tra Somma e Pollena chiamavano paparacchio o passaracchio, e veniva considerata potente vermifugo, e l’artemisia comune , o amarella, o canapaccia, o assenzio di siepe, che cresceva nei pressi di Boscotrecase: si credeva che liberasse il sangue dall’eccesso di zuccheri.

Spicaddossa, o vervena, era la verbena che cresceva spontanea a Ottajano e nei dintorni di Barra, ma che da tempo si coltivava anche nelle vigne e nei giardini, perché era molto richiesta dai profumieri: ma non più, nell’ Ottocento, dalla medicina popolare: l’esperienza non aveva trovato la conferma delle virtù astringenti e vulnerarie che gli antichi le attribuivano. Ma gli “stregoni” vesuviani credevano ancora che fosse un rimedio efficace contro gli sbocchi di bile e contro lo spavento dei bambini. L’olivella (ligustrum vulgare), nota a Somma come sanguinello bianco, e a Portici come mimmolo, curava con le sue foglie le ulcere della bocca, nutriva con i suoi fiori le api di Maione, e con le sue bacche i tordi e i merli. Dalle bacche si ricavava uno splendido verde usato dai tintori della lana e della seta, e da questo verde, con l’aggiunta di solfato di ferro, un inchiostro robusto, per scrittori e per disegnatori.

Ancora nel primo decennio del Settecento il falso cotone ( gomphocarpus fruticosus) o erba della seta era coltivato per le fibre, usate nell’industria tessile, ma cento anni dopo i botanici lo trovarono solo come erba spontanea, nei prati presso San Sebastiano e Trecase. L’erba vajola maggiore era diffusa dal Colle del Salvatore a Somma, sia in inverno che in primavera. Anche la medicina accademica la usò negli infusi antifebbrili durante le epidemie di vajoloide e di febbre tifoidea. L’erba stramonio, diffusa in tutte le terre vesuviane, era nota col nome poco attraente di fetienti. Una vecchia contadina mi diceva che il cattivo odore era un avvertimento: i semi sono velenosi e possono fermare il cuore, e uccidere. Nell’Italia centrale la chiamavano l’erba dei ladri, perché si credeva che i ladri la usassero per narcotizzare le vittime. In realtà le foglie contengono un principio simile all’atropina: la medicina popolare la consigliava, con somma cautela, contro le tossi ostinate e le irritazioni bronchiali.

Nei primi anni dell’ Ottocento l’estratto dei semi di stramonio venne usato nella cura dell’epilessia, ma nel 1834 il Vulpes ne certificò l’inefficacia. I medici degli Incurabili continuarono a usarne le foglie nella cura del cancro e delle varici all’ano. Giovanni Maione e Antonio Annunziata, fattore del principe di Ottajano, aprirono al Pasquale le meraviglie dei frutteti del Somma e gli svelarono specie e nomi che ormai sono svaniti anche come ricordi. Penso alle “cerase“, biancolella, tostarella, imperiale, cannamele, napoletana, mulignana, corvinella o selvaggia, Sant’ Antonio, corvina, tostolella o tardiva; penso alle pere: stoppa, campanara, buon cristiano, mastantuono, moscatella, moscatellone, carmosina, spadone, coscia di donna, coscia longa, bergamotta.
(Foto: Saverio Della Gatta, “Ritorno dalla festa dell’Architello”, 1809)

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