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lunedì, Ottobre 18, 2021

Che cos’è una città per donne

A Napoli sono stati fatti pochi passi avanti per le donne. L’obiettivo è ancora lontano.

Una città in cui le donne possano vivere, lavorare, spostarsi, incontrarsi, discutere, organizzare, creare. Senza dover scalare montagne, superare barriere, combattere una lotta all’ultimo respiro se solo si vuole un posto in un asilo per un bimbo o un servizio di trasporto scolastico (o anche non scolastico) affidabile. Scuole sicure, mense sane dal punto di vista nutrizionale, aria pulita, strade sgombre da rifiuti. Illuminazione notturna efficiente, stazioni della metro presidiate. Una difesa dallo sfruttamento e dal mobbing sul lavoro, case per donne maltrattate adeguate alle necessità cittadine.

Un adeguato numero di medici che garantiscano l’applicazione della 194, legge dello Stato spesso latitante a causa dell’incredibile numero di obiettori. Una casa delle donne, un luogo per potersi riunire e incontrare e organizzare iniziative, come ci sono in tante città italiane.
Perchè senza tutte queste cose i diritti sanciti già dalla Costituzione rischiano di restare lettera morta. Se non c’è welfare, assistenza ad anziani e disabili, scuola pubblica per tutti fin dalla prima infanzia, trasporti efficienti e affidabili anche per i più piccoli, se non ci sono i servizi sociali sulle spalle delle donne ricade un enorme mole di lavoro di cura che rende impossibile il reddito autonomo e la libertà di scelta e trasforma il diritto al lavoro in una barzelletta.

Ma cosa può fare un Comune che voglia muoversi in questa situazione se subisce continui tagli al bilancio, se si trova ad interagire con altri enti, come la Regione, che esprimono politiche diverse (vedi rifiuti e trasporti), se ancora è erede di una situazione finanziaria dissestata?
Qualcosa può fare. E qualcosa il Comune guidato da De Magistris l’ha fatto. Grazie anche alla rappresentanza femminile di cui si è dotato fin dall’inizio.

Nel 2009 c’è stata una delibera contro la pubblicità lesiva della dignità femminile, è stato istituito un tavolo interistituzionale della Rete Antiviolenza, nel 2011 ci sono stati i parcheggi rosa in prossimità degli ospedali per madri e gestanti, il registro per le unioni civili, è stato anche istituito un tavolo per la salute e il controllo dell’applicazione della 194. Il Comune si è anche costituito parte civile nel processo contro gli assassini di Teresa Buonocore, la madre coraggio uccisa dai criminali che “si era permessa di denunciare”, essendo gli stupratori della figlia. E su questa linea ha continuato a muoversi, in questi anni. E tuttavia avrebbe potuto fare di più e meglio.

E’ di questi giorni una lettera aperta sottoscritta dall’UDI e da figure storiche del movimento delle donne di Napoli che sollecita l’apertura di dialogo e di un nuovo corso per definire insieme le linee di programmazione future. La lettera chiede atti non formali, ma sostanziali. Sollecita l’apertura di un confronto diretto con i movimenti e le associazioni delle donne di Napoli che sul territorio operano da decenni.

Dopo le dimissioni di Elena Coccia, vicepresidente del Consiglio, dimissioni respinte da De Magistris, ma confermate da Coccia, questa lettera getta una nuova luce sull’operato dell’amministrazione. Ad Elena Coccia, figura di alto profilo e che vanta una vita intera di lotta per i diritti delle donne, è stato adesso affidato l’incarico di presidente dell’Osservatorio permanente del Centro storico Unesco. Lo svolgerà di sicuro al meglio, anche se prima che la partita intorno alle sue dimissioni si chiudesse aveva anticipato che i criteri per la progettazione erano già passati, con un peso eccessivo della Soprintendenza, alla Coccia non gradito perchè si era battuta “per un approccio non monumentalistico al problema”.

Insomma tutta l’operazione lascia l’amaro in bocca e il dubbio che le energie positive e le buone intenzioni di questa amministrazione si siano arenate nelle pastoie di giochi politici complicati, di comunicazioni poco chiare, di proclami senza riscontri.
In questa situazione, con l’aggravante della crisi in cui affondiamo, la città non può progredire. Difficilmente diventerà una città per donne in tempi brevi.

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