C’è un’Italia che non entra nei titoli di apertura dei telegiornali nazionali. È l’Italia dei caselli di Nola, di Palma Campania, degli interporti di Maddaloni e Carinaro.
È l’Italia degli scaffali vuoti, delle file alle pompe di benzina che non arrivano, dei prodotti freschi che spariscono dai banchi dei supermercati tra Caserta e l’area vesuviana.
È l’Italia di chi da giorni non riesce più a lavorare perché il gasolio costa troppo e i fondi promessi restano bloccati nella burocrazia.
Da quasi una settimana i tir sono fermi. La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti ha paralizzato pezzi interi della Campania e di altre regioni del Mezzogiorno.
L’A30 è diventata un corridoio di code e chiusure. I rifornimenti alla grande distribuzione sono interrotti. Nei punti vendita di Nola, Pomigliano, Acerra e dintorni si vedono banchi della frutta e della verdura deserti, pasta e acqua che scarseggiano, clienti che fanno scorte con l’ansia di chi ha già vissuto giorni difficili.
Eppure, mentre tutto questo succede, i grandi telegiornali nazionali dedicano allo stesso tema spazi ridotti, spesso relegati alle edizioni regionali o a servizi secondari, mentre le immagini degli scontri al Nord occupano i titoli di apertura e le dirette.
Non è una questione di “c’è o non c’è notizia”. La notizia c’è. Sky TG24, TgCom24, ANSA, i quotidiani nazionali e locali la raccontano. Ma il peso che le viene dato è sproporzionato rispetto all’impatto reale sulla vita quotidiana di milioni di persone. Una protesta spontanea, fatta di piccoli padroncini e comitati di base, senza le grandi sigle confederali che sanno parlare ai microfoni di Roma, non genera lo stesso spettacolo mediatico di una piazza in fiamme. Non produce immagini di vetrine infrante o di cariche. Produce solo silenzio: motori spenti, merci ferme, scaffali vuoti. E il silenzio, per i media nazionali, fa meno audience.
Il risultato è una doppia solitudine.
Da una parte i camionisti che chiedono di poter lavorare senza lavorare in perdita. Dall’altra i cittadini dell’area vesuviana e nolana che scoprono, andando a fare la spesa, che il disagio non è più solo “loro” problema, ma di tutti. E in mezzo un’informazione nazionale che continua a guardare altrove, come se il Sud fosse un’appendice geografica e non una parte integrante del Paese.
Non si tratta di negare le ragioni di chi protesta altrove, né di pretendere che ogni blocco stradale diventi automaticamente la notizia del giorno. Si tratta di riconoscere che quando una regione intera rischia di restare senza prodotti freschi, senza carburante per i mezzi di soccorso e senza rifornimenti per gli ospedali, il silenzio mediatico diventa una forma di indifferenza.
Un’indifferenza che i cittadini dell’area vesuviana e nolana sentono sulla propria pelle ogni volta che entrano in un supermercato e trovano i ripiani vuoti.
Il governo ha sbloccato 480 milioni di euro e ha annunciato nuove risorse. Un nuovo incontro è previsto per il 27 ottobre. Ma finché i telegiornali nazionali continueranno a trattare questa emergenza come una “cronaca regionale”, la distanza tra chi decide a Roma e chi vive le conseguenze a Nola, a Palma Campania o a Pomigliano resterà enorme.Perché un Paese che non racconta il proprio Sud quando si ferma, rischia di non capirlo più. E di lasciarlo solo.
