Riceviamo dall’associazione Città Aperta e pubblichiamo
L’apertura del nuovo insediamento MBDA a Pomigliano d’Arco ha alimentato un dibattito che riteniamo importante, ma che non può essere confinato alle polemiche locali o alla presenza di questo o quell’amministratore alla cerimonia di inaugurazione. Alla presentazione del nuovo polo industriale erano presenti rappresentanti del Governo nazionale, il vicepresidente della Regione Campania e l’amministrazione comunale. Inoltre, MBDA è già presente da anni a Bacoli, dove ha sviluppato rapporti istituzionali con le amministrazioni locali. Giusto il caso di ricordare che Pomigliano già produce per il settore militare presso AVIO. Siamo dunque di fronte a una questione che supera ampiamente i confini della nostra città e riguarda le scelte industriali, economiche e strategiche dell’Italia e dell’Europa.
La nostra contrarietà all’economia di guerra e alla crescente militarizzazione delle produzioni industriali è netta. Condividiamo le preoccupazioni espresse dal mondo pacifista, dalle associazioni e da quanti, anche nella nostra comunità, richiamano il valore della pace e l’articolo 11 della Costituzione. Ma riteniamo che una battaglia contro il riarmo debba necessariamente accompagnarsi a una proposta credibile di trasformazione del modello economico e industriale. I numeri dell’occupazione e il futuro industriale di Pomigliano Partiamo da un dato concreto. Il progetto MBDA prevede di raggiungere complessivamente circa mille addetti nei due stabilimenti di Bacoli e Pomigliano nell’arco di cinque anni, partendo dagli attuali quasi ottocento occupati.
Non si tratta quindi di mille nuovi posti di lavoro, ma di un incremento previsto nell’ordine di duecento unità nell’intero polo campano. Sono opportunità occupazionali importanti, ma certamente non rappresentano una svolta per il lavoro nel nostro territorio. L’operazione assume invece un significato più ampio se la collochiamo nel contesto delle trasformazioni dell’aeronautica civile e dell’automotive, settori nei quali Pomigliano possiede competenze industriali e professionali di straordinario valore. Il problema non è soltanto quanti nuovi posti di lavoro saranno creati, ma quale futuro produttivo si intende garantire alle competenze e all’occupazione esistenti. Non possiamo accettare che la salvaguardia del lavoro debba dipendere sempre più dall’espansione dell’industria militare.
Ma non possiamo neppure contrastare questa espansione senza offrire ai lavoratori un’alternativa industriale concreta. Una mobilitazione che si limiti a contestare gli insediamenti locali, senza mettere in discussione le politiche nazionali ed europee che li sostengono, rischia di non modificare le scelte generali e di lasciare irrisolto il problema occupazionale. La vera questione è il modello di sviluppo L’espansione dell’industria militare si inserisce in un processo europeo e internazionale di forte incremento degli investimenti nella difesa. I Paesi della NATO hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza. Parallelamente, l’Unione Europea ha avviato programmi per mobilitare ingenti risorse a sostegno del rafforzamento delle capacità militari. Sono scelte che interrogano direttamente le priorità economiche e sociali del nostro tempo. Mentre aumentano gli investimenti nella difesa, abbiamo una sanità pubblica che necessita di risorse, una scuola e un’università che hanno bisogno di maggiori investimenti, un Mezzogiorno che continua a perdere giovani e competenze e un sistema industriale che necessita di innovazione.
Ma soprattutto abbiamo davanti una crisi climatica che mette a rischio gli equilibri ambientali, economici e sociali del pianeta. Perché la stessa capacità di mobilitare risorse pubbliche che oggi viene destinata al riarmo non viene impiegata per realizzare un grande programma europeo di riconversione ecologica dell’economia? È questa la domanda politica che vogliamo porre e che dovrebbe diventare centrale nel programma delle forze politiche progressiste in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento. Da Pomigliano una proposta per il Mezzogiorno Pomigliano ha una storia industriale importante, costruita intorno all’aeronautica, all’automotive e alla meccanica avanzata. Questo patrimonio non può essere disperso. Occorre rivendicare un grande piano nazionale ed europeo di investimenti pubblici e privati per la riconversione ecologica dell’industria, con particolare attenzione al Mezzogiorno.
Un piano che punti sull’aerospazio civile, sulla mobilità sostenibile, sulle energie rinnovabili, sui sistemi di accumulo, sui nuovi materiali, sull’economia circolare e sulle tecnologie necessarie alla decarbonizzazione. Un programma capace di garantire occupazione stabile e qualificata, ricerca, innovazione e tutela dei diritti dei lavoratori. La riconversione non può significare chiusura degli stabilimenti o perdita di posti di lavoro. Deve significare investimenti, nuove produzioni, formazione professionale, partecipazione dei lavoratori e garanzie occupazionali. Non chiediamo meno industria. Chiediamo un’industria diversa, capace di produrre lavoro, innovazione e sostenibilità ambientale. Perché non parteciperemo al presidio Rispettiamo le iniziative di mobilitazione contro la guerra e il riarmo e le sensibilità che le animano.
Condividiamo molte delle preoccupazioni espresse anche nella nostra città, ma Città Aperta non parteciperà al presidio di venerdì 9 ottobre davanti allo stabilimento Leonardo. La nostra scelta non nasce da una minore contrarietà all’economia di guerra, ma dalla convinzione che sia necessario costruire una mobilitazione e una proposta politica più ampie, capaci di intervenire sulle scelte nazionali ed europee e di indicare una prospettiva concreta per l’occupazione. Non vogliamo contrapporre la pace al lavoro, né lasciare che siano i lavoratori e le comunità locali a pagare il prezzo di scelte industriali decise altrove. Una vera politica di pace deve essere anche una politica di trasformazione dell’economia. Per questo proponiamo di aprire, a partire da Pomigliano, un confronto con le organizzazioni sindacali, il mondo della ricerca, le università, le associazioni e le istituzioni su un grande progetto di riconversione ecologica e industriale del Mezzogiorno.
Usciamo dalle polemiche di cortile e proviamo a costruire una prospettiva più ambiziosa. Non vogliamo scegliere tra pace e lavoro. Vogliamo costruire un’economia che garantisca entrambi. Tommaso Sodano Presidente Associazione Città Aperta Pomigliano d’Arco, 8 ottobre 2026
