Home Note di Campo Viaggio nell’altra musica

Viaggio nell’altra musica

435
0
CONDIVIDI

L’altra musica è il termine che gli studiosi, alla fine dell’ottocento, utilizzano per indicare le forme musicali espresse dalla cultura popolare. Più tardi, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si afferma il concetto di etnomusicologia intesa come disciplina che si occupa della rilevazione sul campo e dello studio della musica di tradizione orale. L’etnomusicologia si sviluppa a partire dal cambiamento che gli studi demoetnoantropologici compiono nel corso del novecento: il terreno di ricerca, che per lungo tempo è rappresentato soprattutto dall’Africa, si sposta in occidente; viene posta l’attenzione soprattutto sui contesti a cultura contadina e pastorale. In Italia una campagna di ricerca, condotta da Ernesto De Martino, tra il Settembre e l’Ottobre del 1952, contribuisce allo sviluppo di un’esperienza etnografica unica e segna l’atto di battesimo di un’etnomusicologia Italiana fatta “sul Campo” e non al chiuso dell’accademia.

 

Un alunno mi interroga, costringendomi ad alzare la testa dal registro: “Professo’ ho letto sul web che vi interessate di etnomusicologia, di che si tratta? Cose per curare i depressi?”. Chiarito il fatto che molto probabilmente si sta confondendo con la musicoterapia, resta da dare una risposta al suo interrogativo. Che cos’è l’etnomusicologia? Una domanda che impegna, da diversi decenni, studiosi e addetti ai lavori. Cerchiamo brevemente di venirne a capo. Spiego al mio alunno che, prima di tutto, l’etnomusicologia nasce in seno all’antropologia culturale, disciplina che va costituendosi alla fine dell’ottocento su un tema di fondo: gli altri. Gli studiosi, dentro e fuori l’accademia, hanno cambiato più volte idea sul significato di altro. Sul finire dell’ottocento, per la nascente antropologia, gli altri sono per lo più quelle comunità che si discostano nettamente dagli occidentali per aspetto fisico e per le dinamiche culturali che esprimono. Degli altri fanno parte soprattutto popolazioni che l’occidente ha soggiogato e che cerca di osservare e studiare non solo per fini culturali. Nel XX secolo, sull’onda di una rinnovata idea del concetto di altro, questo studio e questa osservazione, nell’esperienza di alcuni ricercatori, diventa qualcosa di sistematico. L’antropologo si trasferisce nella comunità studiata e lì vi rimane per un lungo periodo. Citiamo qualche caso famoso: il professor Bronislaw Malinowski trova dimora nelle isole Trobiand, al largo delle coste orientali della nuova Guinea; il professore Boas nelle isole Baffin dell’artico canadese.

Tuttavia, nel dibattito sulla definizione di questi temi, va accadendo qualcosa: se gli altri, su cui le discipline demoetnoantropologiche hanno posto l’attenzione, vivessero accanto a noi? Se fossero quelle donne e quegli uomini che vivono ai margini della cultura dominante? Queste domande spostano il baricentro dell’osservazione verso le classi popolari dell’occidente sia dei contesti urbani ma soprattutto di quelli contadini e pastorali. Cosa succede se contadini, pastori, artigiani nella quotidianità suonano, cantano  ballano e lo fanno attraverso forme che non sono della cultura dominante ma appartengono ad un sapere orale condiviso? Sulla base di ciò nasce  un settore specialistico nel contesto del sapere etnoantropologico, con la funzione  di rilevare e analizzare tali forme musicali.

In Italia l’attenzione sulla musica degli altri contribuisce alle nascita di un’esperienza etnografica unica. Siamo a fine settembre del 1952. Lo storico Ernesto De Martino avvia una campagna di ricerca con un’ equipe in alcuni comuni della Basilicata, lo scopo è quello di registrare la forme musicali espresse dai contesti agropastorali di area lucana. I Comuni indagati sono: Matera, Grottole, Ferrandina, Pisticci, Colombraro, Valsinni, Stigliano, Tricarico, Marsico Vetere, Viggiano e Savoia di Lucania. Nasce così un’etnografia Italiana capace di dire agli addetti ai lavori che il “campo”, inteso come luogo d’azione dello studioso, come contenitore di comunità che esprimono e condividono una cultura orale diametralmente opposta alla società di massa, si trova anche da questa parte del mondo. La spedizione Lucana inoltre riafferma il concetto di “terreno” come esercizio di verità e come punto di partenza e di arrivo dell’esperienza del demoetnoantropologo.

L’equipe dello studioso napoletano si approccia all’area lucana soffermandosi, quindi, su un aspetto preciso: la musica.

Il Termine di etnomusicologia, come studio di forme musicali orali appartenenti a culture subalterne,  si afferma solo nella seconda metà del secolo scorso. I primi tentativi di analisi e di studio, alla fine dell’ottocento, avevano definito questo tipo di forme musicali “L’altra musica”.  L’ espressione di “musica altra”  mi ha sempre interrogato, soprattutto mi ha fatto spesso immaginare una dimensione parallela, celata; parallela ad un modo di guardare il mondo, la vita, la gente, i rapporti sociali, familiari. Questa impressione del “mondo altro” mi accompagna da sempre, fin dalla prima volta che sono entrato, poco più che ventenne, in una casa con un registratore in mano. Ho cominciato da qui, dal mio paese, anzi, da quella che era stata la “periferia contadina” del mio paese: Terzigno e San Giuseppe Vesuviano. Da quest’esperienza ho scoperto che l’etnografia è un martello pneumatico, una volta acceso contribuisce a rompere lo strato di grigio che ci porta a vedere i luoghi come spazi senza identità e magari senza cultura. Trovarmi in sale da pranzo, in quartieri al confine tra Ottaviano, Terzigno e San Giuseppe Vesuviano,  con  tavoli e sedie sotto ai muri e un cerchio di persone con all’interno una coppia  che balla e dei suonatori, mi ha fatto riflettere sulla  rivoluzione che De Martino compie negli anni ‘50, contribuendo ad affermare un aspetto fondante della moderna etnografia: “Il campo” è molto più vicino di quanto si possa immaginare, bisogna avere il coraggio, la passione, la tenacia e anche la chiave di lettura per farlo emergere, per tirarlo fuori.

La musica, per le comunità che ho osservato e studiato in circa dieci anni di ricerca, rappresenta un caposaldo della loro esistenza: il canto, il suono di alcuni strumenti e il ballo, a seconda delle ricorrenze, può trasformarsi in augurio, svago, preghiera e in alcuni casi, fino ad un quarantennio fa,  anche in ultimo saluto. Insomma, nei contesti detentori della cultura orale, la musica accompagna l’uomo “dalla culla alla bara”, da sempre.

Chiedo al mio alunno, dopo una lunga spiegazione, se ha capito qualcosa. Con il volto illuminato di meraviglia, tipico della sua età, mi risponde: “Prufesso’, forse ho capito…… l’ etnomusicologia si occupa di quei canti che si fanno nel pullman, quando la nonna va a fare la gita a Padre Pio…”. Che dire, affermazione esaustiva?

 

IN COPERTINA: foto di Franco Pinna scattata a Bella (Potenza 10 luglio 1959). Dall’alto in basso e da sinistra a destra: due bambini di Bella; Annabella Rossi; Giovanni Jervis; un notabile locale; Letizia Comba; Giuseppe De Sina; Amalia Signorelli; Vittoria De Palma; un altro personaggio con il libro Sud e magia in mano; infine, in primo piano, Ernesto de Martino. (Fonte: istituto centrale per la demoetnoantropologia)