Cronaca e memoriale degli incendi vesuviani del 2017 a cura di Ciro Teodonno

Prologo
Le prime avvisaglie
Che il disastro abbia inizio
Facciamo un passo indietro
Fu davvero un “attacco criminale”?
Cosa è accaduto dopo?

Prologo

Col senno di poi si può fare molto ma con la coscienza che quel molto non avrà altra udienza che quella di chi vuol realmente capire una questione e non da chi ne è stato soltanto emotivamente coinvolto o che la segue con partigiana euforia. Parlare del più grande incendio del Vesuvio dal 1944 ad oggi, dall’ultima eruzione ad oggi, non lo si può fare se non con un’analisi approfondita e possibilmente dettagliata dei fatti che l’hanno preceduto e che, al netto del sensazionalismo, mezze verità e bufale, l’hanno caratterizzato e che si sono susseguiti dal 5 luglio 2017 ad oggi.

Sì, lo spartiacque di questo disastro può essere considerato proprio il 5 luglio 2017 allorquando, da via Vesuvio ad Ercolano, si innescava, ad opera di ignoti, il più grande dei focolai che hanno caratterizzato il gigantesco rogo vesuviano. Non dobbiamo confondere però i roghi dei rifiuti con quello che è accaduto nei boschi del PNV poiché pur essendo due fenomeni frequenti nel parco, hanno cause e responsabilità spesso diverse e mai come nel luglio 2017 questo è stato più tangibile. Ci sono di certo stati incendi dolosi nelle discariche e in area parco ma non hanno scatenato l’incendio boschivo come molti hanno asserito con sospetta e acritica insistenza o quanto meno non è stata la causa unica della distruzione di ettari di bosco a tratti incontaminato così difficili da raggiungere.

Non che in precedenza non fossero mancate le avvisaglie a tale disastro, sarebbe bastato tener conto di quanto successo un anno prima, nel luglio 2016, quando un vasto incendio distrusse il versante meridionale del Vulcano, lambendo da oriente ad occidente le sue pendici. Arsero quell’estate gran parte delle pinete di Terzigno, San Giuseppe e di altri comuni limitrofi. Sarebbe bastato quello che fino ad allora consideravamo il più grande degli incendi vesuviani come avvertimento, sarebbe bastato il monito delle associazioni e un minimo di buon senso ma sbagliavamo, non valutando quanto è risaputo, ovvero che al peggio non c’è mai limite.

Le prime avvisaglie

Infatti, nonostante ciò, anche durante l’anno solare intercorso tra i due grandi incendi, c’erano state altri eventi di minore intensità, ma indicativi di quanto potesse accadere nel Parco Nazionale del Vesuvio e il disastro al quale si andava incontro, come ad esempio gli incendi del 30 marzo 2017 a poco tempo dalla neve e nel versante più umido del complesso vulcanico Somma/Vesuvio.

Dopo i tanti episodi di poco conto ad Ottaviano, Torre de Greco ed Ercolano arriviamo all’11 giugno, quando incomincia ufficialmente la stagione 2017 dei roghi dei rifiuti che andrà di pari passo con quelli boschivi. Infatti per buona parte dei mesi di giugno e luglio si ripeteranno i roghi, come nel caso di Cava Fiengo ad Ercolano che diventerà il punto di partenza di un incendio di vaste proporzioni che lambirà il versante pedemontano del Parco, danneggiando alcuni vigneti tra il comune degli scavi e San Sebastiano. Nonostante altri roghi, sempre in area Parco e sempre in quel di Ercolano, la situazione viene presa sottogamba e considerata come un evento stagionale e passeggero leggi.

Va sottolineato che la località maggiormente interessata dai roghi annuali di rifiuti, quella delle Lave Novelle, tra Ercolano e San Sebastiano al Vesuvio, zona di vecchie cave di pietra lavica, adibite col tempo a discariche, autorizzate o abusive, è oggetto continuo, soprattutto durante la stagione estiva, di roghi dolosi di rifiuti, gli stessi ivi depositati durante l’anno. Pratica conosciuta da tutti e mai realmente affrontata dalle autorità competenti e questo nonostante le segnalazioni e le denunce da parte dei cittadini e dei comitati che operano in zona da anni. Affrontarla significherebbe sconvolgere l’intera economia sommersa radicata sul territorio e per tutto questo non c’è stata, e forse mai ci sarà, telecamera e drone che tengano.

Che il disastro abbia inizio

Neanche il tempo di archiviare il grande rogo di cava Fiengo e di Via Vesuvio ad Ercolano che ne scoppia un altro a Somma Vesuviana e stiamo ancora a giugno! Ma il la alla distruzione del Parco Nazionale del Vesuvio, viene dato mercoledì 5 luglio, dai margini sporchi della frequentatissima via Vesuvio là dove come consuetudine l’amministrazione locale organizza le sue giornate ecologiche; qui parte un incendio che lambisce pericolosamente un ristorante ma, alimentato dalla siccità e dal forte vento, si diffonde a monte, senza ostacolo che regga e solo apparentemente estinto a fine giornata. Il giorno dopo un altro focolaio scoppia nella parte alta di via Viulo, sempre ad Ercolano, così come in maniera minore in via Ruggiero a Torre del Greco. Nonostante le condizioni meteo favorissero il diffondersi del fuoco, una siccità di almeno quattro mesi e un sottobosco lasciato a se stesso, nulla si muove per prevenire un disastro oramai annunciato, fatta esclusione per le operazioni di antincendio attivo operate dalla Protezione Civile di Ercolano e i presidi attuati dai Vigili del Fuoco.

In effetti, tra sabato 8 e domenica 9 luglio, si rileva solo la presenza dei Vigili del Fuoco a presidio di abitazioni e luoghi sensibili presso il Colle del Salvatore, la protezione civile di Ercolano e due mezzi della SMA (società “in house” della Regione di cui due moduli su quattro andranno in avaria durante le operazioni di spegnimento) operano invece nella riserva del Tirone, arginando quello che sembra ancora un evento di media portata, evidentemente il ricordo del luglio 2016 è già svanito da tempo. Inoltre, il blocco temporaneo del transito di via San Vito e Via Vesuvio (uniche vie d’accesso alle zone interessate dal fuoco) e l’aver dirottato parte dei volontari della PC sul tragitto del “Giro d’Italia Rosa”, risulta indicativo della coscienza di quanto stesse accadendo in quei frangenti. In quei giorni il sindaco di Ercolano, e vice presidente del PNV, si trovava negli USA, pare per impegni pregressi e non poté fare di meglio che auspicare una maggiore presenza dell’esercito, che tra l’altro niente ha potuto per i roghi scoppiati in via della Barcaiola e in via Focone il 17 luglio, là dove già stanziavano come supporto alle Forze dell’ordine. A tal proposito sarebbe stato opportuno usare le forze armate in operazioni di antincendio, come accade in altri paesi come la Spagna, invece di rappresentare il semplice spauracchio dell’inadempienza amministrativa e della pratica assenza di forze di terra che contrastassero le fiamme, ma, dagli USA la vista è ovviamente ancora più miope e, in un contesto che nessuno conosce come il Vesuvio il proclama vale più del risultato.

Il disastro diviene ormai chiaro mercoledì 12 luglio, a una settimana dall’inizio del grande incendio boschivo e con le fiamme che arrivano fino alle case a Torre del Greco, tra Cappella Nuova e Via Resina Nuova, con l’inferno dell’incendio di chioma ormai scatenato e che non terminerà fin quando non ci sarà più bosco da bruciare. Solo in quel contesto si insedia finalmente, in località la “Siesta” ad Ercolano a quota 400 m.slm, nella confusione più totale, un DOS (Direttore Operazioni di Spegnimento) della PC. In quel contesto sopraggiungono, a dar man forte ai VVF e SMA, unità della PC di tutta la regione ed alcuni volontari, tra cui il sottoscritto, ma la conoscenza del territorio da parte della maggioranza dei soccorritori è scarsa se non nulla e mancano addirittura le carte topografiche per orientarsi.

L’incendio è oramai diffuso su più versanti: Terzigno, San Giuseppe, Trecase, Torre del Greco, Ottaviano e Somma Vesuviana perché ovunque persistevano le stesse condizioni di incuria. Si diffondono anche la confusione e la disinformazione che, tra i presunti piromani venuti dal Beneventano, gli interessi mai provati di operatori forestali ormai assunti a tempo indeterminato e i gatti kamikaze (questi ultimi sono una leggenda metropolitana diffusa dagli stessi Carabinieri forestali e poi prontamente smentita dagli stessi sulla stampa ma anche da altri sui social) annebbiano la vista e la comprensione del disastro; ma oramai il danno era fatto ed ancora oggi c’è chi ti chiede se quelle notizie fossero vere o false. Il sempreverde sub pescato dal Canadair, la presenza, desunta dalle immagini satellitari, di più focolai e i roghi tossici messi là dove non avrebbero potuto mai esserci, confondono le idee più di quanto già non lo fossero prima, dimenticando l’effetto spotting delle faville e le innumerevoli cataste di legna lasciate sul territorio dai tanti lavori mai portati a termine dal parco o chi per lui e chissà che tutto ciò non convenisse già a qualcuno per coprire le proprie inadempienze.

In serata le fiamme raggiungono da Ercolano anche il Monte Somma, sia dall’Atrio del Cavallo, sia da San Vito, muovendosi, a causa del forte vento, con una velocità impressionante tra le ginestre e gli arbusti della colata lavica del ’44 e il bosco del Molaro raggiungendo in nottata addirittura i Cognoli di Giacca e di Pollena. La notte lo scenario è dantesco, la valle dell’inferno arde illuminando il cielo e l’aria è irrespirabile per il fumo.

Il giorno 15 luglio si ha l’impressione che il peggio possa essere passato ma è solo un’illusione passeggera e soprattutto, ancora una volta, si era sottovalutato che il fuoco covava sotto la cenere e che non aspettava altro che il vento soffiasse nuovamente per alimentarlo. Domenica 16 luglio, il vento spingerà le fiamme là dove non era ancora arrivato e completerà l’opera di distruzione. Il vento rialimenterà a Torre del Greco i vecchi focolai mai spenti in Via Montedoro e a Cappella Bianchini, arrivando fino alle case e ancora una volta, come era successo presso i Camaldoli della Torre, per pura buona sorte, senza mietere vittime e procurando solo danni alle abitazioni.

Le fiamme dureranno ancora per giorni, toccando duramente una vasta zona del Monte Somma, da Pollena fino a Somma Vesuviana ed Ottaviano, durando almeno fino al 20 luglio ma, da quando ho incominciato a scrivere questa memoria, dal primo agosto 2017, mi giungono notizie giornaliere su roghi estemporanei a Torre ed Ercolano dove a distanza di un mese qualcosa arde ancora e arderà ad autunno inoltrato.

Facciamo un passo indietro

Questo è quanto, ed è relativo alla cronaca appassionata di quei giorni ma come spesso accade, quando esiste un durante, esiste anche un prima e un dopo che aiutano ad inquadrare meglio la situazione.

Il nostro “prima” risale all’immediato post incendio del luglio 2016, quando gli agguerriti Cittadini per il Parco, incominciano a porsi domande sul cosa avesse comportato quell’incendio al delicato ecosistema del Parco e quali potessero essere le conseguenze per quel che riguardava il dissesto idrogeologico ma soprattutto, cosa stesse facendo il Parco e chi di competenza, per evitare il ripetersi di tali eventi.

Cittadini per il Parco è un movimento civico che dal 2011 s’impegna per un dialogo costruttivo tra la cittadinanza vesuviana, l’Ente Parco e le altre istituzioni ad esso complementare, come ad esempio la Comunità del Parco (organo statutario e consultivo che ha come membri i sindaci dei 13 comuni del PNV). Sin dal settembre 2016, le domande dei “Cittadini” cercano risposte, lo fanno prima consultando gli esperti, che confermano i loro timori per quel che concerne lo stato precario della pineta e il dissesto idrogeologico incombente, ma non trovano ascolto alcuno presso l’Ente Parco che ignora sistematicamente le loro istanze e quelle del “Club Alpino Italiano” che li affianca in queste richieste.

Stiamo, con questi fatti, al dicembre del 2016, dove oltre alla richiesta di udienza al presidente dell’Ente, Cittadini per il Parco e CAI organizzano anche un evento sui luoghi dell’incendio e più precisamente a Terzigno. All’evento partecipano altre associazioni, oltre al CAI, rappresentato dal sottoscritto, presidente della “Commissione regionale per la Tutela dell’Ambiente Montano” (TAM) e dalla Sezione di Piedimonte Matese, anche la “Federazione Italiana Escursionismo” (FIE), con il suo presidente nazionale, alcuni rappresentanti dei bikers di “Vesuvio Mountain bike”, quelli di “MTB Vesuvio” e una folta rappresentanza di Costa delle Sirene delle “Attività Sportive Confederate”.

Tutte queste richieste e manifestazioni vengono comunque disattese dall’Ente che, in barba al suo new deal di apertura al dialogo col territorio, rifiuta, non solo ogni voce critica, ma ogni voce a prescindere e che non sia esclusivamente vincolata ad un’immagine di un PNV dove, tutto sommato, le cose vanno bene e dove tutto è sotto controllo; rispondendo solo superficialmente, e solo quando sollecitato a mezzo stampa ed evitando ogni confronto costruttivo sull’argomento. La presidenza anteporrà, come farà anche dopo il disastro del luglio 2017, le carte ai fatti, le sue riunioni con le parti in causa istituzionali alla mancata protezione del parco e tutto ciò a dispetto di una realtà di un patrimonio boschivo e naturale praticamente distrutto. La presidenza del Parco sosterrà tra l’altro, anche nelle fasi successive all’incendio, la logica a senso unico del turismo al Gran Cono, spingendo in tempi rapidi l’apertura delle due vie d’accesso al Cratere, la Strada Provinciale/Comunale e la Matrone (portando in tempi rapidissimi solo all’apertura della prima via d’accesso), ponendo ancora una volta in secondo piano la restante sentieristica e facendo prevalere l’immagine unica di un Parco ridotto solo al Gran Cono e la logica dello sviluppo su quella della tutela; e quando si parla di sviluppo economico, sia ben chiaro, parliamo di ricchezza per pochi e briciole per gli altri, ma soprattutto l’abbandono più totale del resto del parco con le conseguenze sotto gli occhi di tutti ed un indotto sul territorio pari a zero.

Ed arriviamo dunque al luglio 2017, risulta evidente che, dopo un evento così grave come quello del 2016, per nulla imputabile all’attuale presidenza, ma utile monito a chi assume questo incarico, si corra comunque ai ripari e non si speri nella buona sorte, quella che non ti si riproponga più lo stesso evento a distanza di un anno, come invece poi è avvenuto, ma con l’aggravante di aver sottovalutato, non solo un problema intrinseco in qualsiasi area protetta boschiva ma anche una siccità che non si ricordava in quest’ultimo decennio. Ciò nonostante, l’Ente Parco, ma anche gli altri organi competenti, quali Regione e Città Metropolitana, fanno ancora finta di niente, e neanche davanti alle avvisaglie sopra esposte corrono ai ripari. Anzi la delega all’Anti Incendio Boschivo (AIB) di competenza dell’Assessorato all’Agricoltura e Foreste, passa, a maggio, alla vigilia della stagione degli incendi e delle attività AIB, alla Protezione Civile regionale, con improvvida solerzia e in assenza del benché minimo barlume di buon senso.

In tal modo, la PC, si troverà impreparata a dover gestire, oltre al più grande incendio vesuviano mai avvenuto negli ultimi settantaquattro anni, anche una situazione regionale aggravata da un contesto meteo avverso e probabilmente con le medesime situazioni di disorganizzazione. Inoltre la Regione non stipula nessuna convenzione per le operazioni di prevenzione e lotta attiva agli incendi boschivi con i Vigili del Fuoco che si limiteranno alle sopra elencate azioni di contenimento. Pare ovvio che alla luce di tutto ciò la PC, per quanto fosse sembrata impreparata, ha probabilmente retto, meglio di quanto potesse fare, la situazione e in un contesto, per quanto prevedibile, effettivamente senza precedenti.

Fu davvero un “attacco criminale”?

La cosa che più offende però, chi, da vesuviano ma anche da conoscitore del territorio e testimone diretto dei fatti, è quella della caccia all’untore ad ogni costo prima, e quella dello scaricabarile istituzionale poi, avvenuta durante l’emergenza e attuata da chi, a questo punto, dovrebbe chiarire quale sia il suo ruolo istituzionale, se non quello esclusivo di produrre stipendi e burocrazia. Parliamo ovviamente dell’Ente Parco che in data 8 luglio, su Metropolis, per voce del suo presidente e a soli tre giorni dall’inizio dell’incendio, liquidava i fatti con testuali parole: “ … è difficile non supporre che le fiamme siano state appiccate da criminali ambientali intenzionati a distruggere fauna e flora.” Farà lo stesso più volte sul suo FB istituzionale, debuttando finalmente, dopo vari post su albicocche e passeggiate a cavallo, in data 9 luglio e in questo modo: “Ringrazio tutte le donne e gli uomini che stanno rischiando le loro vite per difendere il Parco dai criminali che hanno appiccato le fiamme.” Il 21 luglio sempre su FB affermerà: “Se qualcuno ha pensato di fermarci si sbaglia di grosso, andremo avanti più determinati di prima.” Il 26 luglio però allargherà le presunte responsabilità anche ad altre voci critiche, mettendole sullo stesso piano dei presunti criminali: “Notizie che qualcuno sta utilizzando per minare la credibilità dell’Ente, facendo in tal modo il gioco dei criminali che hanno lanciato questo attacco.” Del resto già in data 14 giugno 2016, all’indomani del rogo di Cava Fiengo, aveva già messo le mani avanti asserendo quanto segue: “I vesuviani purtroppo conoscono il peso asfissiante della criminalità sullo sviluppo e sulle legittime aspirazioni ad un futuro migliore. Ma proprio per questo sono convinto sapranno porsi a difesa del Parco, contro i criminali che vogliono distruggerlo. Contro anche quel piccolo gruppo di sciacalli che mantiene una posizione ambigua, che vorrebbe mettere sullo stesso piano di responsabilità i delinquenti che appiccano il fuoco e gli uomini dello Stato che rischiano la vita per spegnerlo e che vengono accusati di non fare abbastanza. Questa equidistanza è complice ed intollerabile, ma sono sicuro che tutte le persone perbene e i tantissimi amici “veri” del Parco Nazionale del Vesuvio sanno bene da che parte stare.”

Questo mantra dei criminali, delle ecomafie e della camorra, quest’ultima ipotesi smentita tra l’altro anche dagli stessi carabinieri, ma ancora oggi persistente, diviene un leit motiv ufficiale e ripreso tra l’altro anche dal presidente della regione Campania Vincenzo De Luca il quale, oltre a ribadire la stipula di una convenzione con i Vigili del Fuoco (ma solo in data 15 luglio 2017, in pieno incendio), insiste sull’azione dolosa ma con la fantasmagorica ragione del gesto criminale attuato per creare spazio per le discariche, dimenticando però che, per quanto sui generis, in un parco nazionale come quello del Vesuvio, le discariche non possono essere create ex novo e, per sua stessa ammissione, gli incendi erano stati appiccati in zone non raggiungibili. Seguirà poi anche la chiesa, che, quando non può essere parte attiva, preferisce allinearsi e che, nelle parole del vescovo di Acerra, sosterrà anch’essa la tesi del complotto criminale.

Sui media locali e nazionali si susseguono le notizie del ritrovamento di colpevoli e di inneschi mai mostrati ma, fino al 28 luglio, non esce ancora fuori il nome del tanto desiderato capro espiatorio e che altri non è che un macellaio di Torre del Greco con lievi precedenti penali, accusato di aver dato fuoco a delle sterpaglie fuori casa sua con un accendino, provocando un incendio più vasto. L’ipotesi di reato, e la conseguente condanna è stata quella di un incendio doloso di 10.000 metri quadrati di pineta, un ettaro rispetto ai più di tremila andati in fumo durante gli incendi. I fatti mostreranno però una realtà ben diversa e più complessa di quella narrata ma ormai il colpevole era stato trovato e per questo salvi tutti! Ma, pensare che una sola persona con un accendino potesse scatenare quell’inferno è improponibile e lo è a maggior ragione se si scopre che la condanna è avvenuta solo per elementi indiziari e senza nessun elemento probante a suo carico. Allora perché non anche una cicca di sigaretta, vista la situazione? Perché non una marmitta catalitica visto lo stato delle strade? Perché non i quintali di vetro depositati lungo i margini delle carrozzabili che lambiscono e attraversano il Parco Nazionale del Vesuvio? No! Perché un altro dogma vuole che non esista l’autocombustione, evento effettivamente raro ma possibile là dove esiste una quantità sproporzionata di rifiuti proprio come qui da noi. Perché non indagare quindi sulle pratiche di pulizia dei fondi dei contadini o sulle gite fuori porta dei locali? Troppo scomodo, troppo scontato, troppo poco spettacolare, troppo compromettente! C’è bisogno della mano criminale per coprire la nostra ipocrisia.

Il 12 luglio, con la venuta del ministro Galletti, in soccorso di un presidente del Parco sprovvisto di uomini, mezzi, ma anche di scuse e competenze, si era rivangata ancora una volta l’ipotesi dell’ecocriminale, ma anche quella del cambiamento climatico, tutto insomma, fuorché un’assunzione di responsabilità, tutto, fuorché il nome di un responsabile certo, proprio come era accaduto l’anno prima, prima che l’oblio e il campionato di calcio prendessero il sopravvento sugli italici umori.

Non vorremmo quindi che, il macellaio di Torre del Greco, divenisse l’unico colpevole di questa immane distruzione, per salvare le altrui poltrone e le altrui carriere politiche. L’unica cosa certa, che abbiamo come elemento probante, è lo stato di incuria dei boschi e della sentieristica del parco e la mancata prevenzione degli incendi nonché un intervento emergenziale tardivo e talvolta approssimativo. Lasciamo quindi agli inquirenti le indagini ancora in atto, così come per quelle dell’incendio del 2016, ma rassegniamoci al fatto che, al momento, non abbiamo le prove del dolo, non abbiamo il movente e tanto meno la pistola fumante. L’unico elemento di certezza in nostro possesso è un sottobosco secco, cataste di legna mai raccolte, sentieri sporchi e assenza di linee spartifuoco, tra l’altro previste da una convenzione del 2017, tutto carburante che, in maniera colposa o dolosa, era lì ad attendere l’innesco.

Cosa è accaduto dopo?

A questo punto però sarebbe opportuno capire quali siano le responsabilità dell’Ente Parco, vista la sua posizione rispetto alla prevenzione, delegata per legge ai 13 comuni del Parco ma anche a un piano AIB del Parco e di un protocollo con la SMA praticamente inattuati.

Per quel che concerne la manutenzione dei comuni delle aree boschive di loro competenza non ci risulta difficile credere nelle loro inadempienze e in certi casi anche nel loro disinteresse a riguardo, appurate nelle ricognizioni escursionistiche che il sottoscritto ha svolto per anni lungo i sentieri vesuviani, così come per le parziali pulizie dei sentieri ad opera delle partecipate e sotto la direzione del PNV; ma allora vien da chiederci a cosa serva un Ente Parco se questi deve solo produrre carte per stare a posto con la legge? Qual è la sua funzione di tutela se poi l’area che dovrebbe proteggere viene distrutta da fiamme, rifiuti ed incuria? L’incuria delle strade che lo attraversano, di responsabilità della Città Metropolitana e dei Comuni ma anche dei sentieri che dovrebbero portare alla scoperta del parco e che invece, salvo pochi percorsi, da sempre agibili perché carrozzabili, sono stati puliti solo per pochi tratti e spesso ad opera di volontari così come i boschi e le pinete di proprietà del PNV.

A dodici mesi dal disastro ed un autunno, un inverno ed una primavera abbastanza piovosi e che hanno messo in risalto il pericolo del dissesto idrogeologico, l’ente parco continua con i suoi provvedimenti saltuari grazie agli operatori forestali della Città Metropolitana o affidandosi a convenzioni e protocolli  ma, salvo sporadiche azioni, frutto prevalente del lavoro dei comuni come ad Ottaviano che hanno sbancato alla meno peggio la grossa frana nel bosco lungo il sentiero numero 2, e le palificate lungo il n°4 messe dagli operatori forestali dell’UTB di Caserta, oppure i soliti volontari delle gare podistiche e ciclistiche che hanno fatto in buona parte pulizia lungo i tracciati delle competizioni, si è rimasti allo stadio progettuale ed intanto un’altra stagione estiva incombe con tutte le incognite del caso.

Il risultato di tutto ciò è quello di un parco nazionale, di per sé già fortemente antropizzato ed ora semidistrutto dalle fiamme e con il forte rischio di un dissesto idrogeologico per il quale, così come per la prevenzione degli incendi è palese lo scaricabarile da parte delle istituzioni. Una flora distrutta e una fauna già ridotta a poche specie e che ora potrebbe essere soggetta a un ulteriore e drastico ridimensionamento. Un parco che pubblicizza ora un concerto, ora una gara, ora un evento, ancora una volta organizzati da altri, come esorcismo verso un male immanente al quale non puoi opporre rimedio, ancora operazioni di facciata, mentre si spera ancora che piova e che il tragico epilogo venga ancora una volta allontanato dalla buona sorte e non dalla prevenzione. Come sempre il prodotto dell’amministrazione locale risulta essere un compito scritto in bella ma privo di contenuto.

Altre fonti citate

Sulla questione degli animali arsi vivi

https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/orrore_sul_vesuvio_i_piromani_usano_animali_vivi_per_estendere_i_roghi-2557784.html

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/incendi-sicilia-appiccati-gatti-bruciati-accusa-ai-piromani-1274247.html

https://www.facebook.com/carabinieriforestale/posts/1960907107458278

https://www.wired.it/attualita/ambiente/2017/07/12/vesuvio-incendi-animali-vivi/

https://www.facebook.com/stella.cervasio.7/posts/1094431887324204

Sulla quanto ha fatto il PNV

https://www.ilvaporetto.com/agostino-casillo-presidente-ente-parco-nazionale-del-vesuvio-risponde-alle-polemiche-degli-ultimi-giorni-non-stati-fermi-documenti-pubblichiamo-lo-dimostrano/

Sull’ipotesi mafiosa

https://www.ilfattovesuviano.it/2017/10/incendi-sul-vesuvio-generale-dei-carabinieri-non-stata-la-camorra/

Su quanto ha fatto la Regione

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/14/incendi-vesuvio-lira-di-de-luca-qui-si-e-lavorato-in-silenzio-mentre-sciacalli-politici-e-turisti-delle-tragedie-facevano-tweet-e-selfie/3730340/

Su quanto ha fatto la Chiesa

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_agosto_14/incendio-vesuvio-vescovo-acerra-piromani-assassini-vigliacchi-almeno-isis-rivendica-atti-criminali-6bc71ee2-80e9-11e7-a653-f35683f4721b.shtml

Sul caso Orsino

https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_condannato_piromane_vesuvio-3579527.html

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