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Una mattina, con le signore del “Cerchio di Estia”, al Museo “Correale” di Sorrento…

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Le signore dell’associazione “  Il Cerchio di Estia” sviluppano un progetto culturale che ha come obiettivo la conoscenza del Bello e del Vero nell’arte, nell’ambiente, nella letteratura, nel dibattito culturale. La visita al Museo “Correale” e alla Chiesa del Carmine di Sorrento.

 

Le signore dell’associazione “Il Cerchio di Estia” meritano molti elogi. Prima di tutto, per il nome che hanno dato al gruppo: Estia è la dea greca del focolare, e dunque dell’anima della famiglia e della comunità; il simbolo di Estia è il cerchio, e dunque l’immagine della perfezione; Estia conosce il presente e il futuro, e dunque muove la storia. Meritano l’elogio perché il loro progetto culturale ha come obiettivo la conoscenza del Bello, che il gruppo cerca nell’arte, nell’ambiente, nella letteratura, nel confronto, nel simposio. E’ un progetto prezioso, soprattutto perché “muove” un territorio e un sistema sociale che fanno fatica, in questo momento, a liberarsi dai segni dell’apatia culturale. Infine, le signore meritano l’elogio perché sviluppano il loro progetto nei termini della levità, dell’eleganza, di una scelta di tempi e di modi che è sempre sapiente.

Con le signore del “Cerchio di Estia” visitai, qualche settimana fa, a Ottaviano il Palazzo Medici e la Chiesa di San Michele, e sabato scorso sono andato a Sorrento, al Museo Correale. Abbiamo reso il dovuto omaggio a Angelica de’ Medici, che ci ha guardato con il consueto principesco cipiglio dal quadro di Luca Postiglione e con una occhiata dissimulatrice ci ha ricordato che non pochi dei quadri e dei capolavori di ceramica esposti nelle sale del Museo provengono dal patrimonio dei principi di Ottajano: compreso, forse, anche il tavolo per il gioco del biribissi, su cui si divertì, forse, Luigi de’ Medici. Abbiamo ammirato i paesaggi di Franz Vervloet, il disegno delle “due teste di gentiluomini” attribuito a Van Dick, e le collezioni di quadri della Scuola di Posillipo, in particolare alcune opere di Pitloo, di Giacinto Gigante e di Duclère. Ma la nostra attenzione è stata sollecitata soprattutto dalla “Deposizione” di Andrea Vaccaro, dal volto della Madre, dal gioco delle mani che sembrano chiedere a Dio “perché tutto questo?”, dal colore cianotico del corpo di Cristo, che tuttavia conserva intatto, nelle membra, il vigore: a guardarlo con attenzione, quel corpo livido pare che stia già per tornare al movimento e alla vita. Lo si vede chiaramente anche nell’immagine dell’opera, che correda l’articolo. Non ho nascosto alle signore i miei dubbi sulla sistemazione dei quadri nelle sale del Museo, perché non è facile cogliere il valore specifico di venti opere di Gigante collocate una accanto all’altra, sulla stessa parete – una parete non grande – in tre file. E tuttavia non posso negare che ogni sala del Museo è un concerto di colori, di riflessi luminosi proiettati dai mobili d’epoca, dai cristalli, dalla superficie delle ceramiche, dagli specchi, dai marmi: e questo concerto è esso stesso uno spettacolo affascinante.

Abbiamo poi visitato la Chiesa del Carmine: avevo deciso di contemplare in silenzio l’immagine miracolosa della Madonna Nera, che orna l’altare maggiore. Ma non potevo dire di no a Elvira Miranda, a Maria Lucia Ambrosio, a Consiglia Romano, che mi chiedevano di dire qualcosa. Ho parlato, brevemente, della grande tela che copre il soffitto della Chiesa e in cui l’autore, Onofrio Avellino, diede il meglio di sé rappresentando la Vergine del Carmelo, San Simone Stock, Angeli e Santi carmelitani. Ma poi mi sono dilungato sulla mirabile storia del culto della Madonna Nera, a cui intendo dedicare il mio prossimo libro:  parlerò, in due capitoli,  anche delle donne vesuviane che attraverso quel culto acquistarono la  consapevolezza del loro ruolo sociale.

Le signore del “Cerchio di Estia”hanno onorato il nome della dea greca con un pranzo autenticamente sorrentino, in cui i sapori della pasta, dei frutti di mare, del pesce e del dolce, grazie alla suggestione ancora viva del Bello, risultavano gustose realtà e, nello stesso tempo, simboli culturali. Mi auguro che le signore mi invitino ancora.