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Somma Vesuviana, la fantasia popolare del monaciello “adderete ‘ e campane” della Collegiata

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 Le  altissime mura della maestosa Collegiata e la presenza di un monaco imbalsamato nella buia cripta cimiteriale: il luogo misterioso di Somma Vesuviana.

 

Tra le opere di misericordia praticate dalle confraternite sommesi l’assistenza alla morte dei confratelli occupava un posto di assoluto rilievo. A tal riguardo nel 1766 la Confraternita di Santa Maria della Neve, istituita nel 1762, fece richiesta e ottenne dal Capitolo della Collegiata di seppellire i consociati defunti nella Terra Santa, che corrispondeva immediatamente e attualmente a quel succorpo situato sotto il Coro della chiesa: a tal uopo il Capitolo accettò e impose di fare una scala di accesso dal vano del campanile e una lapide sull’entrata. I Canonici non consentirono ai confratelli di accendere alcun lume in Chiesa per i propri defunti, ma solo nel vicolo delle Campane, cioè in quel luogo che la consuetudine popolare chiamò adderete ‘e campane.  Fu prevista, infatti, in questo luogo la costruzione di un cappellone e il Capitolo stabilì che sui lavori dovevano vigilare due loro Canonici; inoltre, lo stesso si riservò di scegliere un luogo nel detto cimitero per la sepoltura dei propri canonici. Per i confratelli la spesa di interro fu fissata in un certo numero non documentato di carlini; per gli estranei, invece, il costo stabilito era di trenta carlini, che dovevano essere versati alla sagrestia della Collegiata.

Lo studioso Francesco Migliaccio riporta, nelle sue inedite Notizie Ecclesiastiche, numerose inumazioni di personalità nel cimitero della suddetta congrega. Tale terra santa, come per l’altra di padronato della Laical Congrega e Monte della Morte e Pietà, era il camposanto dell’epoca. Tutto ciò fino al 5 dicembre 1839, quando Somma ebbe finalmente il suo cimitero.

Attualmente questa cappella conserva ancora il corpo, miracolosamente intatto, di un Canonico della Collegiata, che in tempi passati qualcuno aveva ipotizzato appartenere a un valente sacerdote di nome Antonio Gaetano Domenico Gravina. Per ora ci sono solo ipotesi non attendibili. Anche perché non esiste una certezza documentaria e di monaci e Canonici sepolti in quel luogo ce ne erano tanti.  L’attribuzione a Gravina era nata dopo la lettura, nel tomo I di Notitiae Historichae Arcadum mortuorum a pagina 36, di un elogio funebre in memoria del prete:

Antonio Gaetano Domenico Gravina, fratello di Gian Vincenzo, il grande giureconsulto Roggianese, appartiene al gran numero dei figli illustri immeritatamente dimenticati. Nacque a Roggiano il 16 – 1 – 1668. Fu Arcade, valente giurisperito ed avvocato di nome a Napoli. A 27 anni Dio lo chiamò al Sacerdozio. L’Arcivescovo di Napoli, nel 1708, lo nominò Avvocato Fiscale della Visita. All’Ecc.mo Presule era ben nota la profonda e vasta cultura del Sacerdote roggianese specialmente nella Storia Ecclesiastica e nelle Discipline Canoniche e Teologiche. Ma un bel giorno, […] lasciò Napoli e l’Arcivescovo, che tentò ogni mezzo per impedire la sua partenza, e riparò presso il dotto Vescovo di Nola, al quale era legato da fraterna amicizia. Per la Curia di Napoli fu una grave perdita. Il Vescovo di Nola (Francesco Maria Carafa), volendo onorare il merito dell’amico e dello scienziato, diede al Sacerdote Gravina l’ufficio di maggior grado e importanza che aveva nella sua Diocesi: l’ Abazia Curata di Brusciano. Ebbe uno zelo ardente nelle cure delle anime […], fino a quando, nel 1711, ad appena 43 anni di età, la morte lo colse sul solco del suo lavoro. La Diocesi compianse la perdita del sacerdote dotto e zelante, ed il Vescovo addoloratissimo ordinò che fosse seppellito in luogo distinto presso l’altare Maggiore della Chiesa Collegiata di Somma. [Dal Bollettino Parr. La Vedetta – settembre 1956].

Tutto sembrerebbe logico dalla attenta lettura, ma ripeto che comunque non vi sono attualmente sicure certezze.  Le vicende del monaciello, così denominato, hanno comunque del miracoloso. Venne in sogno ad una donna del posto, preannunciando che di lì a poco alcuni forsennati ragazzi lo avrebbero bruciato: infatti, i balordi gli misero un lumicino sulla pancia, che, una volta consunto, gli bruciò tutto il vestito sullo stomaco senza, però, bruciare la pelle ed i guanti. Ancora, in occasione di un festoso Carnevale, un ragazzo si vestì dei panni del monaco e iniziò a girovagare per il paese dileggiando sconvenientemente – come riferisce Angelo Di Mauro –  le condizioni del prete. Tornato a casa, buttò i vestiti in un angolo e si addormentò. Il monaco gli venne in sogno e gli ordinò di andarlo a vestire. Il ragazzo, svegliatosi, prese i panni e li riportò nella cappella che ospitava il corpo. Li buttò e tornò a casa, dove – continua Di Mauro – non riuscì a portare la sua anima perché grossi fiotti di sangue presero a corrergli dalla bocca e dalle narici fino a soffocarlo. A nulla servirono le cure. Morì. Angelo Di Mauro conclude con l’invito a credere (S’ha dda credere tutto, ‘o bbuono e ‘o malamente) nel potere dei santi e dei diavoli.

Oh! Anima eletta chiamata da circa tre secoli dal Signore nel regno dei

giusti, lasciando il tuo corpo intatto e sconosciuto dal popolo, ora che ci

hai chiamati ad onorarti, ti prego di ottenerci da Dio la salute dell’anima

e del corpo e un giorno godere assieme a te la felicità eterna del cielo.

(preghiera popolare)