Home Cronaca Attualità L’”arretenata”, il travolgente ritorno da Montevergine a Sant’Anastasia, a Ottajano e a...

L’”arretenata”, il travolgente ritorno da Montevergine a Sant’Anastasia, a Ottajano e a Napoli delle carrozze dei “masti”….

289
0
CONDIVIDI

Del rito dell’’”arretenata”, la corsa sfrenata in cui si lanciavano le carrozze dei “galantuomini” al ritorno dal santuario di Montevergine, parlano, tra gli altri, Bidera, Fucini, Viviani e gli informatori di polizia, che nei giorni del pellegrinaggio studiavano comportamenti e alleanze di guappi e di camorristi, tutti devoti a “Mamma Schiavona”.  Episodi del rito dell’”arretenata” a Sant’Anastasia, a Ottajano, a Saviano.

 

 

Della “juta”,e cioè dell’andata dei pellegrini al santuario di Montevergine di Mercogliano, dei cortei delle carrozze dei “galantuomini”, dei guappi, dei camorristi napoletani, vesuviani e “nolani”; delle gare, quasi sempre agitate, dei “canti a figliola”; delle “maeste ‘ncannaccate”, e cioè “addobbate” con gioielli di ogni misura; del culto religioso; dei “piatti”, rituali, e del triste destino del capo dei capi della camorra, Ciccio Cappuccio, “’o signurino”, ucciso in una cantina poco lontana dal santuario da un’ “abbuffata” di stocco:  di tutto questo abbiamo già parlato negli anni scorsi. Oggi parliamo del ritorno a casa di questi colorati pellegrini in carrozza servendoci del racconto dei cronisti e dei documenti d’archivio.

Anche quando parla della festa di Montevergine Renato Fucini non riesce a trovare il punto di equilibrio tra lo sguardo sospettoso e ironico del positivista e la percezione sempre più intensa della incommensurabile bellezza di usi e costumi napoletani. Nel maggio del 1877 Fucini, deluso, va via dal santuario “avellinese” prima che finisca la festa: a Napoli gli suggeriscono di andare a Poggioreale e di aspettarvi l’arrivo delle carrozze. Qui, sotto i ”padiglioni” rapidamente allestiti, le “maeste”, aiutate dalle serve, si cambiano d’abito: non è solo vanità, è anche la dichiarazione simbolica di aver confessato a “Mamma Schiavona”  tutti i peccati, ma proprio tutti, e d’aver ottenuto l’assoluzione. La loro gioia le “maeste” la manifestano caricandosi di gioielli, tanto che, dice con malignità maremmana Fucini, esse “brillano e luccicano come pappagalli al sole”: e intanto i loro uomini mettono in testa cappelli sormontati da penne di fagiano, “fumano tutti un sigaro lungo lungo e sputano maestosamente”. I cavalli e le “stupende carrozze” sono quasi interamente “nascosti” da incredibili ornamenti: borchie, banderuole, nastri di seta di vario colore, “camelie vere o finte annodate alle criniere svolazzanti”, grappoli di campanelli di ottone, mazzi di fiori e scialli e nastri che le “maeste”, “le odalische” – così le chiama il toscano – sventolano per salutare la folla.  Poi parte l’ “arretenata”, uno spettacolo – ammette Fucini – “che ha qualcosa di originale e di fantastico”:  la corsa sfrenata delle carrozze si sviluppa lungo le strade della Marinella e del Piliero  fino al “largo del Municipio”, fino a Santa Lucia e alla taverna “Lo scoglio di Frisio”, dove i pellegrini si “ingozzano di ostriche e di gelati”, e molti di loro cercano di non pensare “ai sacrifizi che costerà per tutta l’annata un’orgia di tre giorni.”.

Dice Viviani, nella poesia “’A Festa ‘e Montevergine” che i conti si facevano il giorno dopo, in una “scampagnata” conclusiva, o a mare, o in campagna: “ e mentre, attuorno, s’ordina e se magna / uno fa ‘e cunte a’tavula aspartata. / Presenta ‘a nota, vene esaminata,/…ce sta chi ‘a trova cara, chi se lagna,/ ma arriva ‘o fritto, e ‘a cosa è rimandata…. E chesta è ‘a Muntevergine. Chi va, / ha da cercà’ d’avè’ sett’otto punte, / pecché ‘e giurnale l’hann’’a pubblicà’.”. Raccontò Emanuele Bidera, nel1857 – e gli archivi di polizia confermano il suo racconto – che a Nola i Vesuviani salutavano la compagnia e volgevano le carrozze verso la Montagna. Una festosa “arretenata” era quella dei Savianesi: la città “in festa” accoglieva le carrozze lanciate in una corsa impetuosa, e il vincitore andava in chiesa per ritirare il premio, “un drappo damascato”, così bello che ispirò la creazione di un motto, di un “adagio”, “bello comme ‘a lo pallio de Saviano”. Da Saviano gli anastasiani salivano nel loro “ridente paese”: i pellegrini venivano accolti dalle donne, coronate di rose, di frassino e di mirti. Il 12 maggio del 1913 il cocchiere anastasiano Melchiorre De Simone, che conduceva la carrozza del mercante di “vaccine” Francesco Sodano, “all’ingresso dell’attuale via Roma” (C. Scippa), avviò l’”arretenata”, ma, ostacolato da un’altra carrozza, guidata da Michele Pavone, perse il controllo dei due cavalli che si lanciarono lungo la strada che porta alla Parrocchia. Per fortuna, il delegato di P.S. Nicola Stella, il maresciallo dei RR.CC. Ernesto Santorelli e il carabiniere Vincenzo Farinaro riuscirono a bloccare la corsa sfrenata: pagarono il gesto eroico con numerose ferite, mentre il cocchiere, che era caduto dalla carrozza, subì gravi fratture. Possiamo aggiungere che le autorità gli ritirarono la “patente” di guida, e le forze dell’ordine tennero a lungo sotto controllo rigoroso lui e il cocchiere Pavone: la loro rivalità era già nota ai carabinieri, ed era anche noto che nasceva da questioni di interesse di equivoca natura.

Qualcosa di simile era accaduto nel 1899 a Ottajano. Gli informatori della polizia avevano seguito da Nola le undici carrozze degli Ottajanesi, perché i proprietari delle più fastose erano Giovanni Di Stasio, Francesco Spena e Tommaso D’ Andrea, ritenuti dalla Questura napoletana attori importanti della guerra di camorra che stava insanguinando il Vesuviano per il controllo delle cave e per la fornitura di materiali di vario genere alle ditte impegnate nella costruzione della linea ferroviaria Napoli – Ottajano e della strada Nola – Acerra.

In piazza Taverna, dove l’ “arretenata” di solito si concludeva, le carrozze del Di Stasio e del D’Andrea si urtarono violentemente, perché nessuno voleva arrivare secondo: ci furono, tra passeggeri e spettatori, sette feriti, ma le carte ci dicono che la cosa finì lì. Non ci furono conseguenze, non ci furono chiacchiere.