Home Cronaca Attualità La tragicomica caccia, tra le selve del Vesuvio, al brigante Antonio Cozzolino...

La tragicomica caccia, tra le selve del Vesuvio, al brigante Antonio Cozzolino Pilone, diventato un “fantasma” (1868- 1870).

210
0
CONDIVIDI

La caccia al brigante solitario che si nasconde sul Vesuvio e poi la sua uccisione, a cui dedicheremo il prossimo articolo, sono documenti della storia passata che raccontano  quegli atti di coraggio e di viltà e quel “comico” delle istituzioni che possiamo definire “esemplari”, perché segnano anche la storia di oggi. Pubblico queste pagine del mio libro “I briganti del Vesuvio”, che è del 1998, perché resti una chiara prova che sono pagine scritte da me. Di questi tempi  può capitare che sui “social” si mischino le carte….

 

Antonio Cozzolino Pilone fuggì via da Napoli nel 1863 e trovò salvezza e protezione nello Stato Pontificio. Nel ’68 si diffuse all’improvviso la voce che il brigante era tornato nel Vesuviano. Le taglie e la stampa aizzarono le forze dell’ordine in una vera e propria caccia alla volpe, che durò due anni e espose   a pericoli e a sberleffi i cacciatori. Eppure ora stavano dalla loro parte gli antichi protettori di Pilone, diventati intanto pilastri  dell’ordine e della legalità, i manutengoli a cui Pilone aveva affidato il cospicuo bottino e che non volevano più restituirlo, i contrabbandieri e i camorristi a cui non faceva piacere che uno come Pilone si muovesse liberamente per le città vesuviane e che il territorio fosse di nuovo stretto, come nel ’62 e nel ’63, nella morsa della polizia e dei carabinieri. Non fu facile tirare nella trappola la volpe. Alla stessa ora dello stesso giorno una spia vedeva Pilone a Torre, un’altra sulle montagne di Sarno, la terza a Napoli, e gli informatori usavano sempre più frequentemente nelle loro note le parole apparire e apparizione. I funzionari di polizia più intelligenti intuirono che si stava costruendo intorno al brigante la leggenda di una natura diabolica e che la vistosa zoppia  dell’uomo, ricordo di una ferita, e il fatto che il suo regno era il Vesuvio avrebbero infiammato l’estro dei cronisti e del pubblico.

Perciò nell’estate del ‘69 il delegato di P.S. del mandamento di Ottajano, De Martiis, scrisse  che tutte le apparizioni di Pilone, le sue armi, i suoi agguati e i piani con i guardiaboschi del Principe di Ottajano erano parti di accesa fantasia . Il sottoprefetto non condivise quest’analisi riduttiva e incalzò il delegato, minacciando severi provvedimenti contro di lui che se ne stava sereno e tranquillo, mentre anche i giornali sapevano che Pilone, il malfattore dal nome esecrabile, soggiornava agli Aquini, nel mandamento di Ottajano. Compostamente irritato, De Martiis rispose che gli Aquini erano nel mandamento di Torre Annunziata, che egli cacciava il detestabile assassino in tutti i modi e con tutti i mezzi-  lo aveva cercato anche a Poggiomarino pagando di tasca sua la carrozza- e che nel suo mandamento – gli perdonasse il sottoprefetto l’immodestia-  regnava la più perfetta quiete, soggiacendo tutto e tutti alle sue severe vigilanze. Letta quest’ultima proposizione, il sottoprefetto concentrò il suo commento sul testo e sull’autore in un fragoroso “Bomma !!!” scritto dopo i distinti saluti con forza crescente, tanto che il tratto del terzo punto esclamativo  quasi lacerò  le robuste fibre della carta. Intanto il sarto Scala di Trecase portava a Pilone in mezzo alla lava presso la villa dei Salvatico una giacca e un gilè di segovia nera, e per bottoni le così dette formelle operate: la segovia, a dire dell’informatore, costava sei ducati la “canna”.

Le  apparizioni  di Pilone continuarono fino all’aprile del ’70 e il prefetto di Napoli D’Afflitto osservò, non nascondendo l’irritazione, che i delegati di P.S. si palleggiavano il fantasma rinviandolo l’uno nel mandamento dell’altro. Infine il solito De Martiis orgogliosamente comunicò alle superiori autorità d’aver saputo per certo da una sua spia di Terzigno, tale Tobia D’Avino, che Pilone da almeno due anni era ospite dei Marra a Scafati. Ma il Prefetto del Principato Citeriore non abboccò : rinviò subito Pilone proprio al centro delle terre vesuviane, proprio sotto il naso di De Martiis, rivelando di sapere, lui, da Salerno, che Pilone viveva tranquillo a Boscotrecase sua patria, ove godeva di molte aderenze sia naturali che acquisite, e soprattutto dei favori della famiglia Zurlo e del barone Buonincontri. Il quale teneva casa anche a Barra, in un palazzo del Principe di Ottajano.

Il 9 maggio 1870 Giulio De Gasparis, brigadiere dei Carabinieri di Boscotrecase e tre militi salirono ad appiattarsi nel bosco del Mauro, avendo saputo che lì si nascondeva il brigante. All’improvviso sentirono dei fischi modulati ad arte, come segnali, e subito dall’intrico tenebroso dei cerri uscì nel chiarore lunare la fantastica forma di un uomo alto, curvo nelle spalle, che si muoveva con sospettosa lentezza, zoppicando. Il De Gasparis, ligio alle regole, uscì allo scoperto e intimò l’alt. Pilone gli sparò addosso due colpi di pistola che gli frantumarono l’osso sottostante al ginocchio: il brigadiere morì dissanguato. Tra le querce e i castagni si svolse la caccia notturna: i tre carabinieri inseguirono il brigante rispondendo con le carabine ai colpi della sua modernissima pistola Lefaucheux (v.immagine in appendice), che proveniva dal fiorente contrabbando napoletano di armi. Pilone scomparve  nel buio delle selve del Vesuvio.

Ci furono molti arresti e il sindaco di Boscoreale, la cui moglie era sorella di Pilone  e che secondo gli informatori tollerava che il briante passeggiasse la sera per le vie del paese come fosse il re, fu messo sotto sorveglianza, e con lui gli ambigui fattori e “guardiaboschi” di Giuseppe de’ Medici. Le lettere anonime flagellarono senza pietà conniventi veri o presunti di Pilone. Di Salvatore Paolillo, sacerdote di Resina, si scrisse che egli conservava i biglietti del brigante  al di sotto dei quadri.  La polizia non poté controllare, perché il Paolillo aprì agli investigatori la sua fabbrica di cuoio, ma non l’abitazione: e gli investigatori non obiettarono alcunché. L’anonimo autore di un velenoso esposto del 12- 7-70 affermò che era il sangiuseppese Pasquale Cola, una belva, un camorrista, colui che impediva di purgare questa nostra tormentata provincia dal fuoruscito Antonio Pilone. I Carabinieri in una nota riservata dichiararono che don Pasquale era un  soggetto pericoloso e che frequentava Scafati e Boscotrecase perché interessato al dazio consumo di quei Comuni, e anche perché a Boscotrecase, ai Bergamaschi, possedeva una masseria. Ma non ci andava più, da quando Pilone era tornato. Rivelarono infatti i Carabinieri, a smentire l’anonimo, che già nel ’62 don Pasquale si era dichiarato pronto a consegnare il brigante.