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La Storia è femmina ( e il romanzo “storico” pure)

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Uno degli eventi più interessanti a chiusura di Napoli città libro, nella bella sala del Capitolo, è stato l’incontro con cinque scrittrici, protagoniste importanti della scena editoriale italiana, che hanno recentemente pubblicato romanzi “storici”.

Maria Attanasio, Antonella Cilento, Elena Janeczek, Lia Levi, Antonella Ossorio, tutte insieme nella serata conclusiva del salone del libro e dell’editoria, che si è svolto a Napoli nel complesso monumentale di San Domenico Maggiore e ha visto in quattro giorni ventimila visitatori. L’incontro, organizzato e condotto da Antonella Cilento, ha una valenza particolare proprio perché ha riunito a parlare dell’uso della Storia nel romanzo un gruppo tutto al femminile. Il mondo dell’editoria e della narrativa, infatti, soffre, come altri del resto, di un paradosso: a fronte della prevalenza femminile tra i lettori più o meno forti, della passione per la letteratura largamente diffusa tra le donne (e che dire delle iscrizioni ai licei classici che continuano a registrare una percentuale di ragazze superiore a quella dei ragazzi!), gli scrittori di successo (commerciali e non), gli editori, i critici, le giurie dei premi sono invece a maggioranza maschile. E a meno che non si voglia sostenere che il genere maschile è naturalmente più dotato qualche domanda bisognerebbe farsela.

Le donne da sempre non solo leggono, ma anche scrivono. Solo che le scrittrici bisogna andarle a scovare, e fare ricerche accurate per stanare le loro opere. E’ stato necessario fondare società, istituire fondi e programmi di ricerca, perché nei normali testi di storia della letteratura le donne sono, diciamo così, trascurate (in realtà assenti o quasi). E spesso le donne che scrivono raccontano di donne dimenticate.

Elena Janeczek, autrice diLa ragazza con la Leica” (Guanda), vincitrice del premio Bagutta e candidata allo Strega 2018, nel suo romanzo racconta la storia di Gerda Taro, fotografa di guerra, morta a soli 27 anni sul fronte della guerra civile spagnola. Una giovane donna eccezionale, una donna contro, antinazista, libera e talentuosa. Scomoda. Dimenticata e cancellata per la sua scomodità in favore del suo compagno, anche lui fotografo, Robert Capa, che le sopravvisse. Si diceva che Gerda fosse comunista e Capa solo antifascista, di qui la “scomodità”.

Maria Attanasio, poetessa e scrittrice, ha recentemente pubblicato “La ragazza di Marsiglia” (Sellerio), storia di un’altra ragazza cancellata dalla Storia: Rosalia Montmasson, per vent’anni moglie di Francesco Crispi, unica donna a partecipare alla spedizione dei Mille, anche lei spirito libero, una combattente, mazziniana. Mentre Crispi diventava monarchico e sposava un’altra donna diventando bigamo (poi il tribunale opportunamente annullò il matrimonio con Rosalia), lei restò repubblicana. “L’oblio, la cancellazione della memoria, è necessario al potere”, dice la scrittrice.

Ed è forse per questo che le donne, escluse da sempre dal potere, instancabilmente cercano e custodiscono la memoria. A volte in chiave familiare, come fa Lia Levi, nel suo “Questa sera è già domani” (e/o), anche questo candidato al Premio Strega, dove si ricostruisce la storia di una famiglia ebrea in fuga dopo le leggi razziali. Le sue opere, dice la scrittrice, non appartengono al mondo yiddish, ma all’ebraismo italiano, più laico e che ha scoperto con maggiore sgomento, forse, rispetto agli ebrei di altri paesi, all’improvviso, che la loro identità italiana non era scontata. Oppure le scrittrici scandagliano la storia seguendo un filo rosso, magari rappresentato da un oggetto, come accade ne “La cura dell’acqua salata” (Neri Pozza) di Antonella Ossorio e in “Morfisa o l’acqua che dorme” (Mondadori) di Antonella Cilento. Nel primo caso l’oggetto è un “sapo gallego”, un gioiello particolarissimo, che porta con sé un senso di sventura incombente da cui è impossibile liberarsi, una storia che parte dalla Galizia iberica nel 1730 e arriva a Napoli nel 1943, un romanzo in cui la cui domanda fondamentale è quanto riusciamo ad essere quello che realmente siamo, cosa facciamo delle nostre potenzialità. L’oggetto di Morfisa, invece, è un uovo magico, anzi l’Uovo Magico di Virgilio, quello che tiene in piedi Napoli e che contiene in sé tutte le storie del mondo, quelle già scritte e quelle ancora da scrivere. E l’Uovo, con Morfisa, la sua custode,  attraversa i secoli e arriva fino ai nostri giorni, partendo però dall’anno mille, dalla città ducale. E qui, mentre il romanzo affonda saldamente i piedi nella Storia, la trama si intesse di fantastico e picaresco, di visionarietà e di ironia.

Quindi le donne hanno un rapporto speciale con la Storia? Dice Lia Levi che i libri di Storia sono appannaggio degli uomini, ma la quotidianità della vita appartiene alle donne e il romanzo, in fondo, narra del quotidiano.

Quello che è certo è che una buona fetta della narrativa di qualità delle nostre scrittrici mette in scena la Storia, più o meno antica, declinandola in modi anche molto differenti, ma che hanno in comune una profondità di sguardo, un bisogno di verità e conoscenza, una ricerca di restituzione di senso che la dice lunga sul cammino che le donne hanno fatto e che ancora vogliono fare.