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Il voto di scambio “spicciolo” è strumento di democrazia perfetta. Come disse Cicerone. Perciò, basta con le chiacchiere.

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Attraverso il “dono” l’elettore capisce quali siano la sensibilità e le competenze del candidato. Nelle democrazie del mondo globale un elettore vale l’altro, e anche un candidato vale l’altro. I “magistrati” già li sorteggiava la democrazia perfetta, quella ateniese del V sec. a.C. Oggi gli elettori non chiedono più “posti di lavoro” in cambio del voto. Sperano nel reddito di cittadinanza? O perché, essendo quasi tutti poeti e romanzieri, traggono ispirazione dalle difficoltà del vivere quotidiano?

 

“Giornata inutile è quella in cui non ridi” (Chamfort)

 

Parleremo qui non del “voto di scambio” che intorno ai grandi affari organizzano i clan della politica, dei “facilitatori” e, soprattutto, dei burocrati. Qui ci interessa il “voto di scambio” “spicciolo”, quello delle “amministrative”. Non c’è tornata elettorale “locale” che non sia accompagnata, ancora oggi, dai noiosi sproloqui dei moralisti sui voti condizionati, con regali e con promesse, dai “rogatori” che comprano preferenze girando per le case o aspettando gli elettori poco lontano dai seggi. Non se ne può più. Prima di tutto, i “murmuliatori” non dovrebbero trascurare il fatto che la globalizzazione sta modificando il concetto stesso di democrazia, e sta sostituendo ai gruppi l’individuo, ai discorsi dall’alto i programmi dal basso, ai partiti i movimenti. Dieci anni fa in una valle longobarda un sindaco leghista celebrava la propria vittoria e la “riscoperta delle radici ataviche” travestendosi da “guerriero cimbro”, armandosi di randello e inseguendo un tunisino (Michele Serra). Oggi la Lega prende voti a Napoli, in Calabria e in Sicilia, poiché i Sudisti e i loro voti non puzzano più, anzi profumano di verbena.  La storia si muove, fa salti e fa balzi in avanti, mentre il cervello e gli occhi di molti di noi restano bloccati nello stagno.

Oggi un elettore vale l’altro, e perciò un candidato vale l’altro. Non lo dico io, l’hanno detto, già da qualche anno, studiosi di grande nome come Anthony Giddens, Jeffrey Herf e Albert Hirschmann. Lo dice Beppe Grillo, quando, con limpida coerenza, propone di sorteggiare i senatori.L’idea ha fatto storcere il muso perfino a qualche “grillino”, a dimostrazione definitiva di quanto sia difficile talvolta accettare le logiche conseguenze di premesse che pure sono state da noi totalmente condivise. Tra l’altro, anche la sola democrazia perfetta, quella ateniese del V sec.a. C,. contemperava la pratica democratica del voto con il riconoscimento ufficiale del potere del Caso: e perciò alcune cariche pubbliche venivano assegnate con il sorteggio. Ma oggi la storia non si studia nelle scuole. Forse, giustamente: perché se bisogna costruire un mondo nuovo, è meglio chiudere del tutto il libro del passato. Domani deve essere veramente un altro giorno.

Dunque, se un candidato vale l’altro, allora le trattative per il voto di scambio diventano un momento fondamentale della vita sociale: la sua natura vera è connessa solo a positivi valori culturali, il dato materiale – “‘o canisto”-  è soltanto volgare apparenza. Lo avevano già capito i Romani. I nobili regalavano “canestri” ai loro clienti per tutto l’anno, e durante le elezioni i “divisores”, i “distributori”, andavano in giro a dispensare migliaia di sesterzi. A questi “distributori” – ogni “tribù” aveva i propri- Verre diede 300000 sesterzi, quasi 400.000 euro, perché facessero una campagna elettorale al contrario: impedire che Cicerone venisse eletto “edile”. Dunque, le campagne elettorali muovevano l’economia, e le “buste” e le “ceste” non erano tanto uno strumento di corruzione, come pensano molti, quanto piuttosto il “metro” che dava agli elettori la misura del gusto, dell’intelligenza e della generosità del candidato: insomma, già da lì, dal “mercato” che egli organizzava, gli elettori capivano quale fosse la sua stoffa e come avrebbe amministrato la cosa pubblica. Chi avrebbe mai votato un candidato che distribuisse pane ammuffito, carni andate a male, e offrisse alla cittadinanza spettacoli con gladiatori vecchi e afflitti dai reumatismi, e con acrobati sciancati?

Il discorso vale anche per oggi. Quando Achille Lauro fece campagna elettorale regalando la scarpa sinistra prima del voto e garantendo che avrebbe dato la scarpa destra dopo la proclamazione della vittoria, i napoletani lo votarono non per prendersi il paio di scarpe, ma perché la “cazzimma” del “Comandante” li conquistò: un uomo di tanto cervello dava tutte le garanzie. E dunque smettiamola di pensare sempre male, anche se chi lo fa qualche volta “ci azzecca”.La rivoluzione sociale sta trasformando le tecniche e i “contenuti”- uso il termine senza ironia – del voto di scambio. Fino a qualche anno fa gli elettori chiedevano prima di tutto “’o posto”: il candidato che fosse in grado di fornire posti di lavoro, anche precari – anche precari assai – conquistava cesti di preferenze. Oggi il “posto” non tira più: forse perché la disoccupazione garantisce il diritto a ricevere il reddito di cittadinanza, o forse perché troppi giovani scrivono poesie e romanzi, e dunque il “male di vivere” è prezioso come fonte di ispirazione e di “colore” narrativo. Oggi tira l’asfalto. E anche in questo caso per un nobile motivo. Da come il candidato farà asfaltare il mio cortile o la stradina che porta al mio giardino io capirò quali siano il suo gusto e la sua competenza, e come si muoverà da assessore ai lavori pubblici.

Non escludo che girino ancora canestri carichi di cibo: sono i doni più pericolosi, perché possono produrre l’effetto contrario, se l’elettore non vi trova i prodotti del territorio: cosa egli penserà di un candidato vesuviano –è solo un esempio – che nel “canisto” ha messo bottiglie di vino abruzzese, una caciotta maremmana, peperoncino messicano e salsicce pugliesi?: le quali salsicce sono buone, sì, ma sono anche un attentato alla linea delle signore. E che dire poi di quei candidati che fanno i “canisti” con i prodotti dei supermercati popolari? Non li voteranno nemmeno i parenti stretti. Giustamente. Dicono le malelingue che girano anche i biglietti di cinquanta euro. Io non ci credo. Ma se la notizia fosse vera, io direi che bisogna esser cauti, che bisogna controllare prima di sparare anatemi. Perché se si dimostra che il candidato ha dato il danaro a chi si trovava oppresso da una necessità impellente, dal peso di un debito urgente, dal vuoto assoluto nel portafogli, allora io affermo che quel candidato, in un’Italia che si scopre sempre più povera, non ha comprato un voto, ma ha avviato quella redistribuzione della ricchezza che, se egli verrà eletto, diventerà un capo fondamentale nel programma dell’Amministrazione. O no?

Di altro non parlo. Dico solo ciò che disse Washington Irving, e cioè che la lingua maligna è l’unico strumento da taglio che si affila con l’uso costante.