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Danzare è sempre possibile

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E’ la Danceability: il nuovo approccio al movimento creativo che abbatte le barriere e supera gli stereotipi al di là di ogni limite, fisico e non.

 

Avete sempre pensato che la danza è una disciplina adatta solo a chi ha una figura sottile ed elegante? Che le persone con problemi fisici o disabilità devono necessariamente rinunciare a danzare? Beh, vi sbagliate di grosso. Se per danza intendiamo (e dobbiamo intendere perché non è altro) il movimento creativo, individuale e collettivo, allora dobbiamo riconoscere che le discipline che la nostra civiltà ha elaborato e strutturato negli ultimi tre secoli, pur essendo straordinari strumenti espressivi, hanno un grosso limite: non sono inclusive e circoscrivono il significato del termine in un ambito estremamente ristretto. Fortunatamente c’è chi sta rimediando. La danceability è un metodo di studio del movimento che si rivolge a tutte le persone, con o senza disabilità, con qualunque fisico e di qualunque età. L’ha fondata negli anni 90 negli Stati Uniti Alito Alessi, danzatore e coreografo, direttore della Joint Forces Dance Company, utilizzando i principi della Contact Improvisation, dove il punto di contatto fisico tra due diventa punto di partenza dell’improvvisazione. Partendo dal Contact Alito Alessi ha sviluppato un approccio che rende la danza possibile a tutti.

Ed è stata Lidia Marinaro a portare la Danceability prima a Napoli, dove ha condotto numerosi seminari e svolge regolari sessioni intensive a Movimento Danza, e poi a Torre del Greco, alla RO.DI. Danza, diretta da Rosa Montella.  La danza si sviluppa attraverso la tecnica dell’improvvisazione, basata sulla consapevolezza di sé, sulla relazione e sulla fiducia reciproca. Infatti ciascun partecipante è invitato a mettersi in gioco attraverso scelte autonome di movimento, basate sul “sentirsi” e sul “sentire” l’altro. Tutti possono partecipare a quest’esperienza e tutti possono trarne benessere e stimoli: persone con disabilità motorie, disabili intellettivi medio/lievi, non/ipo vedenti, non/ipo udenti, persone Down, danzatori, attori, operatori, insegnanti di sostegno e non, ecc. In particolare le persone che operano nel campo della disabilità, possono acquisire nuovi stimoli e metodi di cui poter usufruire nel proprio lavoro. “E’ il focus sul corpo ad essere diverso”, dice Lidia Marinaro, ”non c’è uno standard da seguire, non è il corpo che si deve strutturare diversamente e non ci sono movimenti giusti e movimenti sbagliati, solo la ricerca di dialogo con sé e con gli altri”. E tuttavia la danceability si inserisce completamente nella ricerca contemporanea. Basti pensare ad esempio alla Candoco Dance Company di Londra, una compagnia che include danzatori disabili e senza un arto, che ha partecipato nel 2012 alle cerimonie per i Giochi Olimpici e Paraolimpici.

Nella formazione di questa giovane insegnante l’esperienza più significativa è stato proprio lo studio condotto a Roma presso il Choronde Progetto Educativo con Alito Alessi. A lei, già danzatrice, laureata in Scienze dell’Educazione ed educatrice (ha lavorato per un anno in Ecuador per un progetto sociale dedicato all’educazione e al reinserimento sociale di giovani e minori a rischio) il lavoro di Alessi apre un nuovo orizzonte: quello dell’interazione tra normodotati e disabili.

“Non bisogna confonderla con una terapia”, continua Marinaro, “si tratta solo di espressione artistica e creativa”. Quando si pensa alla disabilità di solito ci si concentra sul bisogno di cure speciali e ci si preoccupa dell’aspetto assistenzialistico, che è fondamentale, ma si finisce per trascurare il dato elementare, che sono persone come tutti, e che quindi possono anche semplicemente desiderare di danzare. Ed è possibile anche realizzare una performance attraverso cui comunicare il proprio lavoro. Per dirla con le parole di un’allieva: “Il tutto creerà una serie di danze improvvisate, basate sulla consapevolezza, in cui persone comunque diverse creano esperienze di reciproca uguaglianza”.