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Capolavoro di “cazzimma”: aver fatto credere al Barcellona che la partita era solo “pro formia” ( come diceva Totò)……

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Diceva Gianni Brera che una partita di calcio è un esercizio di arte della guerra in tempo di pace e che il calcio è un perfetto modello delle battaglie che ognuno di noi combatte nel vivere quotidiano. Le componenti sono le stesse: l’intelligenza, la forza, il ruolo della fortuna e degli arbitri, il colpo di genio che  riapre partite già quasi perse, l’importanza dei moti psicologici.  Come Pompeo a Farsalo, i giocatori del Barcellona  hanno perso anche perché erano certi di aver già vinto, prima ancora di giocare

 

La partita tra Roma e Barcellona dà ancora una volta ragione a Gianni Brera: il gioco del calcio è un modello perfetto delle battaglie che ogni giorno combattiamo nello stadio dell’esistenza: e che la vita sia una lotta, e che dunque richieda tattiche e strategie devono ammetterlo anche i pacifisti, anche gli idealisti che non sopportano  Hobbes, e i suoi ragionamenti sull’ “homo homini lupus”. Argomentava Brera che il “catenaccio”, il “libero” e il “contropiede” fanno parte della natura e della cultura degli Italiani, e uno dei massimi esperi rinascimentali dell’arte della guerra, Niccolò Orsini detto “il Pitigliano”, aveva sostenuto, quattro secoli prima di Brera, che la tattica perfetta consiste nel bloccare gli attacchi del nemico, nel logorarlo, e poi nel colpirlo alle spalle con travolgenti manovre laterali, con letali “verticalizzazioni”.  Ho sempre pensato che Rocco, Trapattoni e Capello avessero letto i testi del Pitigliano: e non escludo che anche i consiglieri di Renzi conoscano l’argomento. E’ una tattica che a me piace molto, e che nel passato ho usato con apprezzabile abilità:  vedrò se funziona ancora quando – tra qualche settimana- riaprirò la polemica con alcuni personaggi che sono di scuola “olandese”: non danno molta importanza alla difesa, non sanno cosa sia il “punto di rottura”. E invece ieri sera Di Francesco, l’allenatore della Roma, ha disposto i suoi in modo tale che non perdessero, nemmeno per un momento, il controllo del centro del campo e delle fasce laterali. E  Iniesta, sull’ 1-0, ha perso palla, a centrocampo, due volte in due minuti…Forse non gli era mai capitato, prima…

Per vincere le battaglie sono necessari addestramento, tenacia, idee chiare, fortuna, e diceva Napoleone, uno che se ne intendeva, la conoscenza della psicologia dell’avversario. Certi avversari bisogna metterli in ansia, portarli alla preoccupazione, prima della battaglia; altri, invece, è meglio indurli alla certezza che hanno già vinto, prima ancora di combattere.  Nel 48 a.C. Pompeo e i suoi generali erano a tal punto sicuri che a Farsalo avrebbero sconfitto Cesare che la sera prima della battaglia si spartirono, e non serenamente, le sue proprietà. La loro sicurezza aveva una solida base: cosa avrebbe potuto opporre Cesare alla schiacciante superiorità della loro cavalleria? Niente. Ma Cesare, che non era un condottiero qualsiasi – non era uno di quelli che quando si siedono in panchina non  vedono e non capiscono più nulla-  sapeva che i cavalieri di Pompeo appartenevano, quasi tutti, alle famiglie nobili di Roma e si pettinavano con cura, indossavano corazze incrostate d’argento e si profumavano  con costose essenze. Perciò Cesare formò delle squadre con i suoi legionari più esperti, con i reduci delle battaglie contro  Galli e Germani, e ordinò a questi rudi e selvatici guerrieri di colpire quei bellimbusti in faccia, di deturpare e sfigurare i loro volti. Non appena i nobili giovanotti di Pompeo videro cosa stava capitando ai loro compagni lanciati nel primo attacco  fecero girare i cavalli e galopparono a briglia sciolta lontano dal campo di battaglia. Pompeo li seguì, poco dopo, in una fuga vergognosa.

Nei giorni precedenti la partita Di Francesco e i giocatori più importanti della Roma, dopo aver dichiarato, ovviamente, che la squadra avrebbe lottato fino all’ultima goccia di sudore, hanno lucidamente ricordato ai loro tifosi che capovolgere il risultato era impresa disperata, che  il Barcellona non aveva  consentito a nessun avversario di rimontare tre gol. E i catalani sono scesi in campo tranquilli, come per partecipare a uno scontro puramente formale, a una partita che si doveva giocare solo perché lo prevedeva il calendario: e sono rimasti abbastanza tranquilli anche dopo il primo gol. Dopo il secondo  si sono guardati in faccia con lo smarrimento di chi all’improvviso vede il mondo capovolgersi: e i più smarriti sembravano proprio i “capitani”, Messi e Iniesta, e Valverde, l’allenatore.

A proposito di allenatori. Dicono i competenti che Di Francesco ha avuto il coraggio di far giocare la squadra con uno schema, il 3-5-2, che egli non ama. Ma i grandi tattici non sono mai tattici di un solo schema… E poi  Dzeko. Diceva Rocco che le grandi squadre hanno un grande portiere, un “governatore” del centrocampo, e, soprattutto, un grande centravanti, un centravanti che si pianta sul dischetto, al centro dell’area, allarga i gomiti e si dichiara padrone del  “luogo”. La Roma ha Alisson, e ieri sera ha avuto De Rossi e Dzeko. Temo che la Roma non abbia fatto un piacere alla Juve: quelli del Real Madrid non scenderanno in campo  con la certezza di aver già vinto prima ancora di giocare….Oddio, il calcio e la vita ci dimostrano che spesso il passato non insegna nulla, e che sui campi di battaglia  il guerriero che si arrende per ultimo è la speranza.