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Ancora a “San Gregorio Armeno”: il “comunichino”, una monaca rivoluzionaria e gli scherzi di cucina.

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L’affascinante storia di Enrichetta Caracciolo  che, costretta a prendere il velo di monaca, combatte per liberarsi dai vincoli che le sono stati imposti , e alla fine vince, e racconta la sua vita in un libro che, nella seconda metà dell’Ottocento, fa di lei un “modello” per i primi movimenti per i diritti delle donne. Il “comunichino” di Donadio e di Vinaccia, e il “teatro della realtà e dell’apparenza” organizzato nella cucina del monastero in onore di re Ferdinando e della regina Maria Carolina.

 

Gli splendori della chiesa e del monastero di San Gregorio Armeno servirono anche a coprire le lacrime, la disperazione, talvolta blasfema, delle giovinette napoletane di nobile famiglia che le abitudini dell’aristocrazia alta e bassa della città costringevano alla monacazione e alla clausura. Anche Napoli ebbe le sue “monache di Monza”, e ancora nella prima metà dell’Ottocento. Ma Enrichetta dei Caracciolo di Forino (1821- 1901), costretta dalla madre ai voti di monaca di clausura in san Gregorio Armeno, non si piegò alla violenza delle tradizioni, del sistema e della famiglia. Ella lottò coraggiosamente per essere sciolta dai vincoli che le erano stati imposti, e alla fine vinse. Lottò per sé e per le altre donne che si trovavano nella sua stessa condizione, e di cui ella scrisse: “ oserei dire  che vi sono pochissime famiglie che non abbiano uno o più membri del sesso debole, depositati, come oggetti di manomorta, in quei ricettacoli delle domestiche superfluità”, che sono i monasteri di clausura.

Il 7 settembre 1860, nel Duomo napoletano, mentre alla presenza di Garibaldi il clero e il popolo celebravano il “Te Deum”  di ringraziamento per la partenza dell’ultimo Borbone, Enrichetta Caracciolo depose su un altare il velo nero di monaca, e poi cercò di liberarsi definitivamente del dramma della sua giovinezza raccontandone le vicende nel libro “ I Misteri del chiostro napoletano”, pubblicato a Firenze nel 1864. E’ probabile che la casa editrice Barbera abbia provveduto a rendere più intensi i colori e più romanzesche le vicende di una biografia che la curiosità, anche morbosa, e il clima anticlericale e “garibaldino” trasformarono rapidamente in un libro “best seller” in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Grazie al successo della sua opera Enrichetta Caracciolo divenne un punto di riferimento per i primi movimenti che si organizzavano a tutela dei diritti delle donne. Ma il personaggio  merita una attenzione particolare, anche perché tutta la sua storia è segnata, in ogni momento, da un intenso contrasto tra le luci e le ombre.

E parliamo della stanza che si affacciava sul presbiterio in cui le monache di clausura  stavano in ginocchio ad ascoltare la messa seguendone la celebrazione attraverso la grata, “il comunichino”.  Le monache più importanti occupavano i posti prossimi alla grata, vedevano l’altare, il celebrante e le prime file dei fedeli, e potevano anche  essere viste e individuate da chi si avvicinava alla balaustra della navata. Si comunicava attraverso il “comunichino”, certamente: ma il nome era collegato al sacramento della comunione, non a profane comunicazioni..  Il “comunichino” di San Gregorio Armeno, la cui immagine correda l’articolo, venne realizzato, nel 1692, da Antonio Donadio, un Maestro della lavorazione dell’ottone e del rame, che interpretò con originalità  le “intenzioni” barocche del disegno di Gian Domenico Vinaccia. Negli spazi vuoti di questa splendida grata venne tessuta, negli anni, una affascinante storia di sguardi e di silenzi loquaci, e attraverso la porticina centrale entrarono le ostie della  comunione, ma anche – racconta la Caracciolo – le mani impure di sacerdoti che imprimevano carezze licenziose sulle guance e sulle labbra di monache giovani e meno giovani.

Nella cucina del monastero si impastò la storia della pasticceria napoletana.  Ma qui ricordiamo solo un episodio di cui furono protagoniste, con re Ferdinando, la regina  Maria Carolina e la sorella, principessa di Saxe- Teschen. Un giorno il re e le due figlie di Maria Teresa d’Austria visitarono il monastero di San Gregorio Armeno, e alla fine della visita la badessa li fece entrare in un salone in cui trovarono una tavola imbandita con “pesci, arrosti, polli e prosciutti di ogni tipo” e circondata dalle monache pronte a servire..  Quando la badessa invitò gli ospiti a sedersi e a prepararsi all’assaggio, si meravigliarono, e molto, il re, la regina e la principessa: perché era pomeriggio, e solo qualche ora prima avevano tutti consumato il pranzo quotidiano. Tuttavia, la badessa “dal volto grassottello” educatamente insistette, e alla fine gli ospiti reali si arresero. La regina chiese una fetta di tacchino freddo, ma quando la monaca incaricata di scalcare il tacchino incominciò a manovrare il coltello, tutti videro, con gioiosa meraviglia, che quella forma di tacchino era in realtà gelato al limone, e gelati di gusti diversi erano “gli arrosti, il pesce e la cacciagione”.Racconta Harold Acton che il gioco della sorpresa non cancellò il segno della “triste riflessione” che esprimevano gli sguardi degli illustri ospiti nel vedere tante fanciulle – “alcune di esse erano particolarmente belle”- condannate alla clausura “dall’orgoglio di famiglia, dall’avidità e dalla superstizione”.

Anche il monastero  di San Gregorio Armeno contribuì a fare di Napoli il grande teatro in cui si recitava – e forse ancora si recita – ogni giorno il “contrasto”, ora giocoso, ora drammatico, tra Realtà e Apparenza.