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Ampliamento del polo rifiuti, l’anatema del vescovo di Acerra: “Ora basta”. La Regione: “necessario un intervento parlamentare”

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«Basta,noi non ci rassegniamo! Ancora una volta chiediamo che Acerra non diventi la pattumiera della Campania». L’ennesimo “anatema” del vescovo Antonio Di Donna contro l’ulteriore ampliamento del polo dei rifiuti di Acerra proviene da un comunicato stampa diramato ieri. Intanto è proprio su tutte le furie il prelato, dopo la notizia diffusa in anteprima dal nostro giornale dell’arrivo di un grande impianto privato capace di smaltire 80mila tonnellate di rifiuti speciali all’anno. Di Donna nel suo messaggio parla addirittura di «un disegno strategico, da tempo denunciato, di fare di Acerra la città dei rifiuti». Una frase che trasforma ancora una volta il massimo esponente della Chiesa locale nel principale punto di riferimento ambientalista del territorio – una tradizione proseguita dopo l’esempio di don Antonio Riboldi, appena scomparso, e dell’ex vescovo Giovanni Rinaldi – e che tirano in ballo, sia pure indirettamente, la Regione Campania, ente che ha appena autorizzato un’azienda di Afragola, la “Tony srl”, a realizzare un impianto di stoccaggio e trattamento dei rifiuti speciali non pericolosi nell’area del Pantano di Acerra, dove all’ombra dell’inceneritore sono già spuntate come funghi decine di aziende che trattano scarti di ogni sorta, anche l’amianto. Nel frattempo la levata di scudi del vescovo sta facendo mobilitare il fronte ecologista del no all’arrivo di altri rifiuti nell’agro acerrano. Ma il problema è di quelli molto complessi. Basti pensare che la Campania produce ogni anno 7 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 350mila delle quali sono rifiuti pericolosi. Cifre decisamente superiori a quelle dei rifiuti solidi urbani, che qui si attestano ogni anno attorno ai 2 milioni di tonnellate e che finiscono in parte nell’inceneritore di Acerra, in parte nell’insufficiente rete del riciclaggio e in parte per le strade, insieme ai rifiuti speciali “ovviamente”. A ogni modo il fronte ambientalista chiede di regolamentare la dislocazione degli impianti di trattamento. «Il polo dei rifiuti di Acerra è una schifezza – stigmatizza Lucio Righetti, napoletano e coordinatore degli osservatori civici della Campania – noi ecologisti ragionevoli, che non siamo certo dei “talebani”, chiediamo che gli impianti di trattamento dei rifiuti speciali siano distribuiti in modo equilibrato sui territori coinvolgendo le popolazioni, informando, e chiediamo che siano dotati di tecnologie d’avanguardia, in grado di preservare effettivamente l’ambiente interno e circostante». Tutte posizioni che chiamano inevitabilmente in campo la politica. Ma dal canto suo il vicepresidente della giunta campana ed assessore regionale all’ambiente, Fulvio Bonavitacola, preferisce per il momento non replicare al vescovo di Acerra e agli ecologisti. In ogni caso al suo posto ieri sono intervenuti sull’argomento tecnici regionali che operano nel settore e che sono molto vicini all’esponente dell’esecutivo De Luca. «Le attività degli impianti privati di trattamento dei rifiuti – spiegano – sono autorizzate ma non possono essere programmate e regolamentate dalla Regione. Sono attività imprenditoriali regolate da normative nazionali per cui un eventuale piano regionale dei rifiuti speciali potrebbe contrastare con la riserva della potestà legislativa statale, a cui le aziende farebbero ricorso appellandosi alla Corte Costituzionale». In soldoni per la Regione bisogna intervenire a livello parlamentare per incidere davvero nel settore dello smaltimento privato. Rimane però senza risposta un altro interrogativo. Perché la Campania con i suoi 7 milioni di tonnellate di rifiuti speciali prodotti all’anno è la “Terra dei Fuochi” mentre non lo è la Lombardia, che ne produce ben 27 milioni ? «E’incredibile – racconta Alessandro Cannavacciuolo, ambientalista di Acerra – sono appena tornato dal polo dei rifiuti e proprio davanti alle aziende di trattamento degli scarti abbiamo trovato cumuli di scarti». Qui, nel “Pantano”, ex zona agricola zeppa di acqua ma sventrata da uno sviluppo terzomondista, c’è la Italambiente, grande azienda di stoccaggio ormai chiusa. Fuori al cancello, in un terreno di sua proprietà, l’impresa ha sversato tonnellate di amianto. Il terreno due anni fa è stato sequestrato dagli elicotteristi della Guardia di Finanza. Sopra c’è un telone di plastica tutto sforacchiato. «E’ possibile che ad Acerra non si facciano le bonifiche e che ci sia solo spazio per aziende che trattano rifiuti, mentre un gioiello come la fabbrica agroalimentare La Doria debba andare via? – si chiede il vescovo Di Donna – vista la capacità di accoglienza del nostro territorio perché non creare le condizioni per un polo industriale che metta realmente insieme sviluppo agricolo, culturale e archeologico delle nostre terre?».