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Quanta terra occorre ad un uomo

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Usiamo in prestito il titolo di un’opera di Tolstoj, per riflettere sul vilipendio delle nostre terre, devastate dai roghi tossici, e sul piccolo senso di comunità che è in noi.

Con la riflessione su Cartagine (articolo del 16 giugno scorso, ndr) abbiamo fissato la nostra attenzione su un aspetto determinante della fondazione di una città a misura di uomo, descrivendolo come principio rigeneratore, che può essere individuato nella costruzione di un perimetro di storie personali, tale che un’esperienza di vita richiami un’altra in un flusso continuo, fonte di Storia.
Se adesso ci domandassimo, come si può raggiungere questo scopo, potremmo rispondere esplorando uno dei più bei racconti dell’Ottocento, già anticipato nell’articolo precedente, intitolato Quanta terra basta ad un uomo di Lev Tolstoj.

Nel racconto si descrive la storia di un contadino, Pachòm, che ha nel cuore l’unico e ossessionante desiderio di accrescere le terre di sua proprietà. Nel testo si dipanano i pensieri reconditi del contadino, la cui logica è esclusivamente quella di calcolare i benefici che può ricevere dall’acquisto di appezzamenti di terreno. La bellezza delle terre delle sconfinate steppe russe è funzionale al calcolo degli interessi e alla previsione dei ricavi, non certo al godimento estetico e all’esaltazione sentimentale, che una vista splendida di campi arati può offrire. Così di giorno in giorno, di occasione in occasione egli diventa proprietario di terreni a perdita d’occhio, ma nemmeno quello sazia la sua fame.

Alla fine, cercando di accumulare quanto più territorio è possibile, secondo la promessa che gli era stata fatta di poter avere gratuitamente tutta la terra che fosse riuscito a calpestare dall’alba al tramonto, muore sotto il peso dello sforzo inumano e dell’allucinato incubo, preda ormai di un esaurimento delle forze vitali. Gli rimane solo una piccola fossa, della stessa misura della sua altezza, in cui viene sotterrato.

Pachòm compie gli stessi gesti di Didone. Tuttavia mentre la seconda cinge la terra con le strisce di pelle, perché ha in mente una città di uomini non più esiliati, fondatori di una nuova comunità, il primo corre diabolicamente sulle zolle legato al parossismo della sua infinita e tragica solitudine.
Le nostre città ricorreranno alla terra come promessa di uno spazio sociale in cui condividere desideri, progetti, produzioni, pensieri oppure scorgeranno nel territorio, che abitano da effimeri ospiti, solo nebbie e abissi, accaparramenti, capitalistici interessi individuali, lotte per la sopravvivenza?

Quando si parla di terra non si fa riferimento ad un ambito ecologico o ad un ritorno alle origini: ne abbiamo già troppi di lamenti new age, ma al concetto di sobrietà, conseguente ad un uso delle risorse umane e terrene in prospettiva di una chiamata alla convivenza. Ciascuno nell’impegno di maturazione personale e di arricchimento del proprio lavoro manuale e intellettuale, materiale ed immateriale, ha necessità di tener conto che il proprio sviluppo personale è proporzionale alla crescita comunitaria. Solo in una prospettiva di spirito comunitario la sua stessa esistenza può trovare una collocazione degna dell’umano in lui.

Se pensiamo al vilipendio delle nostre terre, devastate dai roghi tossici, all’aumento esponenziale dei tumori, alla prevaricazione costante e predeterminata dell’uno sull’altro a tutti i livelli, alla perdita della percezione del limite, capiremo come un principio che possa rigenerarci parte da una valorizzazione della socialità in noi e dall’educazione al sentirsi parte di una comunità.
Il contadino, che in ognuno di noi ha ancora il coraggio di parlare, chino a riempire la propria fossa, non immagina il proprio corpo senza vita, ma pensa al fiore che potrà piantare.
(Fonte foto: Rete Internet)

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