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IL PUNTO DI VISTA DI UGO LEONE SUL PROGETTO VESUVIO

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Seguitiamo, con la tenacia di chi crede che sia meglio prevenire che curare, nell”analisi del rischio Vesuvio. Questa volta lo facciamo con l”aiuto di chi conosce bene l”argomento, il Presidente dell”Ente Parco Nazionale del Vesuvio Ugo Leone.

Presidente il nostro giornale ha sposato la causa del Progetto Vesuvio, lei cosa ne pensa?
«Senza avanzare primogeniture io sono stato il primo a parlare di questa ipotesi e l’ho fatto nel 1995, quando fu varato il primo piano della protezione civile.
Prendo spunto però spunto per una constatazione che è quella che il rischio equivale alla probabilità che un evento accada moltiplicato per le persone e i loro manufatti coinvolti in esso, questi ultimi due fattori vengono in gergo tecnico definiti vulnerabilità. Quindi quello che fa sì che un evento naturale divenga una calamità non dipende solo dalla probabilità che esso si verifichi ma soprattutto dalla quantità di persone esposte.

Si dice che non esiste il rischio zero ed è vero ma se si verificasse un terremoto disastroso in una zona deserta e sperduta in capo al mondo, in assenza di esseri umani, non potremo in tal caso parlare di rischio. Volendo riportare il discorso nel contesto vesuviano, il rischio è certamente dipendente dal fatto che c’è un pericoloso vulcano ma il timore che il rischio si tramuti in calamità è dovuta dal fatto che sono esposte a quel timore 580.000 persone e i loro manufatti. I dati della crescita della popolazione vesuviana, dal 1951 al 2000, messi in relazione con la crescita della quantità di stanze a disposizione per ogni cittadino, mostrano che nel “51, su 300.000 residenti vivevano 2,5 persone per stanza, oggi, ce ne sono 580.000 che ne vivono, in percentuale, 0,5 per stanza!

La popolazione è raddoppiata ma anche il numero delle costruzioni è notevolmente cresciuto. Questo crea una forte vulnerabilità, una forte esposizione al rischio vulcanico. Dal momento che noi non possiamo intervenire sulla probabilità che l’evento naturale accada e considerando il fatto che i vulcanologi ci dicono che il Vulcano è in quiescenza e ce lo dicono confortati dai dati, dobbiamo vedere come il rischio può progressivamente disinnescare la vulnerabilità del territorio. Siccome questa è dovuta proprio alla quantità di popolazione noi dobbiamo intervenire su questa. Dal momento che 13 dei 18 comuni della zona rossa si trovano in nell’area protetta dall’Ente Parco allora possiamo dare il nostro piccolo contributo, impedendo, con tutti gli strumenti legittimi in nostro possesso, la proliferazione delle costruzioni.

Un grosso contributo può invece essere dato dall’incentivazione della popolazione a trasferirsi; non può esserci nessun atto che obblighi le persone a trasferirsi, il piano d’emergenza prevede il trasferimento ma sotto un’emergenza appunto e quindi non lo prendiamo in questo momento in considerazione».

Come si può allora incentivare la popolazione a trasferirsi altrove?
«In Campania c’è un forte squilibrio tra la costa e l’interno della regione. Le zone interne della Campania sono un patrimonio, progressivamente svalorizzato dall’emigrazione, verso la costa e verso il resto del mondo. Questo tipo di situazione comporta anche l’individuazione di un ambito territoriale che, con opportuni incentivi, potrebbe accogliere quella parte di popolazione che spontaneamente decidesse di lasciare la costa.

Questo anche indipendentemente dal rischio vulcanico, la presenza infatti di un così grande squilibrio tra costa e interno, richiederebbe una pianificazione d’uso del territorio diversa da quella attuale e che miri appunto a un riequilibrio, decongestionando una fascia suburbana, che i geografi individuano da Quarto a Castellammare e che è inclusa tra due realtà fortemente critiche dal punto di vista vulcanologico, i Campi Flegrei e il Vesuvio. Una zona tra l’altro anche fortemente inquinata! Bisognerebbe dunque creare, nelle zone interne, soprattutto nelle province di Avellino e Benevento, quegli incentivi reali, capaci di trattenere o addirittura attrarre popolazione».

In che modo?
«Ridisegnando la geografia delle residenze, dei posti di lavoro, dei servizi e dei trasporti. Non è certo poco. Significa, per quel che concerne le residenze, non tanto costruire nuove abitazioni ma recuperare il grande patrimonio edilizio lasciato progressivamente con l’emigrazione, un patrimonio di notevole valore e di consistente quantità. Noi sappiamo che costruire ex novo costa meno che ristrutturare ma è anche vero che nuove abitazioni sottrarrebbero spazio all’agricoltura».

Si innescherebbe così anche un circolo virtuoso per l’edilizia …
«Certo, anche recuperando tecnologie dell’architettura, con l’uso dei materiali, delle tecniche, eccetera, che negli anni passati hanno avuto un buon esito in zone sismiche.
Ma, naturalmente non basta costruire le case e vivere in un ambiente molto più vivibile poiché l’elemento effettivo di attrazione è quello di lavorare altrove in modo anche più favorevole, concentrando tutti gli investimenti non più sulla costa, ormai satura ma verso l’interno della regione. Mi rendo conto che parlare di investimenti in periodo di crisi è più difficile di quanto non lo fosse nel “95 ma sarebbe opportuno che ciò accadesse.

Una volta che posti di lavoro e residenza dovessero ridisegnare questa geografia dell’interno ne scaturirebbe anche un ridisegno dei servizi, da quelli minimi ai posti letto in ospedale, le aule nelle scuole e così via. Nel momento in cui tutto questo dovesse realizzarsi è chiaro che anche la rete dei trasporti favorirebbe quest’area. Quindi anche nella linea di pensiero di “Vesuvia” dove furono previsti incentivi economici per decongestionare la zona rossa, bisogna far sì che le persone vadano altrove ma l’incentivo non può essere solo economico e deve essere l’insieme delle cose di cui ho fatto menzione.

Ammettiamo che, tutto funzionasse alla perfezione, e che cinquecentoottantamila persone potessero essere ordinatamente evacuate e sistemate nei diciotto comuni con i quali si è gemellati, quando torneranno? E ritorneranno dove? E in un territorio trasformato come dall’eruzione?
Per dare risposta a queste domande basta vedere cosa trovarono i residenti del Vesuviano dopo le eruzioni del 79 e del 1631 (quelle più probabili secondo gli esperti) e riscontrare un territorio profondamente mutato, e si consideri il fatto che all’epoca non c’erano le industrie, i mezzi di trasporto e le case che ci sono ora, per questo bisogna alleggerire il carico demografico della zona, non sotto la spinta dell’emergenza, non in maniera provvisoria ma il più possibile definitiva».

Lei quindi immagina uno spostamento verso le province di Avellino e Benevento, perché non nel Casertano o nel Salernitano?
«Io non vedo di buon occhio quest’ipotesi perché verrebbe a saldare le due province più urbanizzate, quella di Caserta e quella di Napoli. La conurbazione napoletana si è mossa dalla fascia costiera prima verso ovest, poi verso est e ora a settentrione, Napoli sta perdendo solo apparentemente popolazione ma in realtà questa si sposta nei comuni limitrofi per cercare un alloggio conveniente e vicino al luogo di lavoro, un luogo che prende il nome di “novanta” comuni diversi ma che in realtà si chiama Napoli.

Il rischio qual è? È quello di spostare sì popolazione ma di creare anche una saldatura tra Casertano e Napoletano per cui quella che oggi è l’area metropolitana di Napoli andrebbe fino al Casertano, secondo me con scarsi vantaggi e il resto della regione, essenzialmente le province di Avellino e Benevento ne risentirebbero ancor più che mai, poiché la concentrazione di servizi oltre che di posti di lavoro rimarrebbero in questa fortissima area metropolitana».

Allora perché non il Salernitano, di per sé già vasto e meno popolato?
«Il Salernitano ha una doppia faccia, quella costiera e quella interna che io non andrei a turbare nella sua grande capacità di conservazione di identità culturale, nel senso più ampio del termine; non a caso il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano raccoglie al suo interno ben 80 comuni e ha un’estensione venti volte quella del Parco Nazionale del Vesuvio (180.000 ettari!). Ha inoltre una sua economia, il mare, l’interno, l’enogastronomia, l’ambiente tutelato, mentre invece sono molto più sguarnite le altre due province interne.

Va bene anche l’alto Casertano ma un’obiezione che potrebbe venire è la seguente: due o trecentomila abitanti che dovessero rispondere a un incentivo per quelle zone, li andremmo a spostare da una zona a rischio remoto, quello vulcanico, a una a rischio più probabile, quello sismico? La mia risposta è che col rischio sismico si convive, soprattutto con gli adeguamenti apportati dopo il terremoto del 1980 in ambito di edilizia antisismica».

Del resto viviamo in un paese oltre che sismico anche ad alto rischio di dissesto idrogeologico …
«Certo, ma noi non possiamo dire: oh! Che disgrazia! Poi c’è una frana, uno smottamento, un terremoto e poi contiamo i danni, allineiamo le bare e così via, questa è quella che io chiamo la politica del rattoppo. Una politica che, a valle di una disgrazia, opera con interventi tampone ma non rimuove mai le cause».